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NOVITÀ NORMATIVE

PARTENZA DIFFICILE PER LE PRIVATIZZAZIONI DEI SERVIZI LOCALI.

Parte male, e tra molte resistenze, l'anno che dovrebbe cambiare il volto dei servizi pubblici locali. Al 31 dicembre scorso si sarebbero dovute mettere in moto le gare per vendere almeno il 40% della proprietà delle aziende pubbliche locali o per riassegnare il servizio dove a svolgerlo fino allo scorso anno era una società che lo aveva avuto in affidamento diretto e senza neanche le caratteristiche legittime dell'in house. È la prima tranche di privatizzazione/liberalizzazione della riforma Fitto che avrebbe dovuto riguardare in prima battuta soprattutto il settore dei trasporti locali.
Proprio per questo settore, però, il decreto milleproroghe ha provveduto a rinviare il termine al 31 marzo. L'Asstra, l'associazione delle aziende pubbliche locali del trasporto, sostiene già che questa proroga non basta e occorra spostarla almeno al 30 settembre. Altre aziende e assessori chiedono che si arrivi a fine anno. La motivazione addotta aveva a che fare, oltre che con le difficoltà tecniche di mettere in piedi la gara (passaggio chiaro già da molti mesi), con la mancanza di risorse finanziarie.
Come si fa -era l'obiezione - a fare una gara per aggiudicare un servizio che poi non si riesce a pagare? Ora l'accordo tra regioni e governo sul federalismo ha integrato i 425 milioni mancanti alle regioni per il trasporto e almeno questo alibi viene meno.
All'Anci, associazione nazionale dei comuni, ammettono le difficoltà. Le gare non sono partite o, se c'è stato qualche caso sporadico, nessuno se ne è accorto. «Ci va benissimo di chiudere la stagione dell'in house e mettere i servizi in gara - dice il sindaco di Asti, Giorgio Galvagno, responsabile del settore servizi pubblici - ma i tempi sono troppo stretti e non siamo neanche convinti che ci siano capitali privati sufficienti per rilevare l'ingente valore delle partecipazioni da mettere sul mercato». Entro il 31 dicembre 2011 laprivatizzazione riguarderà, infatti, le aziende pubbliche che gestiscono un servizio in house legittimo e le spa miste.
Ai dubbi dei proprietari delle aziende si somma il tema del referendum, altro fattore che pende come una spada di Damocle sull'intera riforma Fitto. Se passasse il referendum, la macchina delle gare e delle vendite si arresterebbe di colpo. «Sarebbe sempre possibile privatizzare - dice Andra Gilardoni, direttore di Agici e docente alla Bocconi - ma questo risponderebbe a una scelta strategica piuttosto che a un obbligo di legge».
Meglio, da un lato, ma certo i grandi numeri previsti oggi, con circa 4mila aziende pubbliche coinvolte da questo processo entro il 2013, verrebbero meno. Il referendum costituisce un altro argomento utilizzato da chi, dentro gli enti locali e le aziende, frena su privatizzazione e gare.
Le posizioni ufficiali, per esempio di Federutility, organizzazione delle società del settore idrico (gas ed elettricità non sono coinvolte dalla riforma Fitto), è che il referendum sia una iattura perché riporterebbe indietro il settore a una fase precedente alla legge Galli del 1994. C'è poi la partita, più lunga, ma anche molto più complessa in termini di strategie e alleanze, delle società quotate in Borsa. La legge prevede che entro il 2013 gli enti locali debbano scendere al 40% del capitale ed entro il 2015 sotto il 30%. Agici, prendendo dal sito www.borsaitaliana.it i dati della capitalizzazione delle sette società quotate interessate alla riforma, ha calcolato che il capitale da mettere sul mercato ammonterebbe a 1.554 milioni entro il 2003 e altri 911 milioni entro il 2015.
FONTE: IL SOLE 24 ORE

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