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NOVITÀ NORMATIVE

FISCO FEDERALE: EMERGONO DUBBI E PERPLESSITA'.

La politica torna a parlare di tasse sulla prima casa. Lo fa mentre ragiona del "tagliando" al federalismo fiscale, vale a dire il check up sull'attuazione della riforma che a due anni dalla legge delega impegna ora la commissione bicamerale con una serie di audizioni per testare ed eventualmente correggere i meccanismi già approvati.
Il menu dei temi sul tavolo dei "controllori" è ricco, ma mette nel mirino soprattutto i contenuti del Fisco dei sindaci, scritti in un decreto legislativo (il 23 del 2011) approvato a colpi di maggioranza dopo una trattativa trafelata e senza esito.
I punti interrogativi si addensano sulla compartecipazione Iva, che il decreto promette su base comunale ma difficilmente potrebbe abbandonare la distribuzione regionale in termini pro capite, il livello di entrate da garantire ai sindaci attraverso la «fiscalizzazione» (cioè la trasformazione in tributi e compartecipazioni) dei vecchi trasferimenti, i meccanismi di attenuazione delle differenze territoriali (la cosiddetta «perequazione».
E, appunto, le basi imponibili del Fisco del mattone, con più di un pensiero alla prima casa. Il problema è noto: il Fisco immobiliare è stato scelto (sull'esempio di tutta Europa) come base dei bilanci dei sindaci, ma senza toccare l'esenzione totale per l'abitazione principale.
Risultato: il principio cardine del federalismo, che dà agli elettori il compito di giudicare se il rapporto fra tasse e servizi è corretto o va bocciato con il voto, salta, perché quando un sindaco alzerà l'aliquota dell'imposta municipale per aumentare le attività comunali o chiudere un buco farà pagare il conto a gente che in larga parte abita, e vota, altrove.
A sfidare direttamente il tabù è per esempio Francesco Boccia, esponente del Pd in bicamerale (è stato tra l'altro relatore di minoranza sul fisco regionale e provinciale): «La politica si divide in due fazioni trasversali - spiega -: la prima è maggioritaria e si dedica alla propaganda, l'altra guarda nel merito delle cose e capisce che non ha senso riservare la stessa esenzione totale a una famiglia povera di periferia e a chi abita in via Montenapoleone».
Parole che trovano cori di consenso fra gli studiosi e i tecnici della materia, ma toccano un nervo perennemente scoperto della polemica politica (lo stesso centrosinistra in passato aveva accusato il ministro della Semplificazione Roberto Calderoli di «reintroduzione surrettizia» dell'Ici, costringendolo a ritoccare il testo della legge delega). Il federalismo, del resto, è materia delicata, che segue logiche piuttosto diverse rispetto al mainstream della politica.
Le cronache di inizio primavera mostrano che sul fisco regionale è stato possibile trovare un'intesa bipartisan in bicamerale mentre in Aula volavano gli stracci, e il "tagliando" della riforma può offrire una replica. Non è solo una questione di maggioranza e opposizione, perché l'esame della riforma ha addosso gli occhi degli amministratori locali in cerca di certezze.
«Prima di tutto bisogna garantire ai Comuni lo stesso trattamento riservato alle Regioni, che hanno ottenuto la sterilizzazione dei tagli ai trasferimenti disposti con la manovra 2010 - elenca Angelo Rughetti, segretario generale dell'Anci -. Poi occorre fiscalizzare i trasferimenti regionali ai Comuni, finora trascurati, e rivedere il meccanismo di compartecipazione Iva. Se non funziona, meglio tornare all'Irpef: questa scelta consentirebbe di avviare un meccanismo modulare con le addizionali, un po' come succede per le Regioni che hanno una quota base modificabile da scelte locali, e semplificherebbe l'intero sistema, perché farebbe poggiare i bilanci comunali su due pilastri chiari, l'Irpef e il fisco immobiliare».
Come si vede, il pacchetto è pesante è si intreccia a doppio filo con la manovra in arrivo. La stessa clausola di salvaguardia pensata per le Regioni prevede di «non tenere conto» della stretta da 4,5 miliardi sui trasferimenti «compatibilmente con gli obiettivi di finanza pubblica», e mentre la nuova manovra si appresta ad agire di forbice su pensioni e stipendi pubblici qualche dubbio è lecito.
Più aperta appare la strada della «fiscalizzazione» dei trasferimenti regionali, che è prevista dalla legge e deve superare uno scoglio di carattere prettamente tecnico: per centrare l'obiettivo, il Governo dovrà lavorare a una griglia di criteri con cui individuare le voci da stabilizzare nella giungla della vecchia contabilità locale. Intanto, mentre il dibattito si prepara a riaccendersi sul decreto dedicato a premi e sanzioni per gli amministratori, osteggiato dai diretti interessati, rimane da risolvere la questione del federalismo demaniale: gli amministratori locali si attendono un'accelerazione, attraverso l'indicazione del destinatario "privilegiato" di ogni bene da trasferire.
La mancanza di questa indicazione finora ha incontrato l'opposizione degli enti locali, anche perché un'impostazione così "aperta" lascerebbe spazio a contenziosi plurimi fra le amministrazioni che aspirano allo stesso bene; la soluzione, secondo quanto promesso dal Governo, potrebbe comunque arrivare entro i primi di luglio.
FONTE: IL SOLE 24 ORE

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