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CORTE DEI CONTI: IL PATTO PARALIZZA GLI ENTI.

Più tasse, meno investimenti e un debito sostanzialmente invariato (63,3 miliardi di euro per i comuni e 11,7 per le province) che pesa su ogni cittadino italiano rispettivamente 954 e 198 euro. E che per oltre un quarto è in mano alla finanza derivata. Gli enti locali hanno contribuito a contenere il disavanzo della pubblica amministrazione, rispettando in massa il patto di stabilità, ma ora ne pagano le conseguenze. Soprattutto in termini di crescita.
E anche le regioni non sono messe meglio. Rispettano il Patto solo grazie al taglio della spesa in conto capitale (la voce più facile da rimodulare vista la maggiore rigidità della spesa corrente) e così gli attesi effetti anticrisi delle politiche dei governatori restano solo sulla carta. E' un quadro in chiaroscuro quello che emerge dalle relazioni sulla gestione finanziaria 2009-2010 di comuni e province da un lato e delle regioni dall'altro, diffuse ieri dalla Corte dei conti e appena trasmesse al parlamento.
Gli aspetti positivi riguardano soprattutto il rispetto del patto di stabilità, ma sono luci che generano ombre. Nel 2010 comuni e province, certifica la Corte, «si sono complessivamente adeguati agli obiettivi imposti, realizzando scarti positivi rispetto alla correzione richiesta, ma in misura inferiore a quella del 2009». Tuttavia, se il sistematico rispetto del Patto contribuisce a contenere il disavanzo complessivo della p.a., gli effetti sul fronte degli investimenti sono «allarmanti».
La spesa in conto capitale dei comuni, che nel 2008 era pari a 20,8 miliardi di euro, si è ridotta a 19,3 miliardi nel 2009 ed è crollata a quota 15,6 miliardi nel 2010 (-18,9%). In pratica i sindaci non investono più e impiegano tutto quanto riescono a incassare grazie a entrate tributarie e trasferimenti, entrambi in crescita, per pagare la spesa corrente, di cui i costi del personale rappresentano la voce maggiore. Le entrate tributarie sono aumentate soprattutto grazie alla Tarsu, l'unico prelievo su cui i comuni hanno margini di manovra, mentre i contributi dallo stato (che il federalismo fiscale ha eliminato a partire dal 2011) sono cresciuti per via delle compensazioni Ici. Un'occasione per far ripartire gli investimenti poteva essere, e non è stata, il patto regionale. Ma gli enti hanno sfruttato poco o nulla i margini loro concessi dalle regioni per una maggiore espansione della spesa in conto capitale.
Luci e ombre arrivano anche dal capitolo derivati che rappresenta sempre un nervo scoperto nei bilanci degli enti locali. Nel 2009 oltre la metà dei comuni sopra i 100 mila abitanti e poco meno della metà delle province impiegavano strumenti di finanza derivata. Nel 2010, rileva la Corte nella relazione approvata con la delibera n.7/2011 della sezione autonomie, «una parte consistente dei contratti è stata estinta in anticipo sulla scadenza». Il rovescio della medaglia è però rappresentato dalla ricaduta negativa che l'utilizzo di questi strumenti ha avuto sui conti locali: -4,4% del nozionale.
E per finire alcune bacchettate contabili. La Corte non le risparmia soprattutto in materia di residui attivi (crediti vantati dagli enti) sulla cui reale consistenza la sezione autonomie continua a nutrire perplessità «per la mancanza, nel vigente sistema contabile, di strumenti obiettivi che depurino i risultati della gestione finanziaria dei crediti vetusti».
Altra prassi da condannare sono i debiti fuori bilancio, «un fenomeno esteso e persistente per la rilevanza degli importi riconosciuti e del numero degli enti coinvolti». Rispetto al biennio 2008-2009 nel 2010 il numero di comuni in disavanzo è aumentato del 24%. E si tratta di un segnale «poco incoraggiante» perché, lamenta la Corte, «non sempre gli enti in dissesto fanno rilevare negli anni immediatamente antecedenti, saldi di amministrazione in disavanzo».
Le regioni. Anche le regioni, come detto, investono poco per colpa del Patto e a farne le spese sono soprattutto quelle del Sud che fanno registrare il minor tasso di incremento della spesa per investimenti. Con la conseguenza che il divario infrastrutturale Nord-Sud finisce per accrescersi. Una buona notizia arriva dai conti della sanità. Nel 2010 si è infatti registrata una riduzione del 28,5% del disavanzo complessivo del comparto, imputabile per la maggior parte alle regioni con i piani di rientro. Queste però, ad eccezione della Puglia, hanno migliorato il proprio risultato. Lazio, Abruzzo, Sicilia e Liguria hanno chiuso positivamente l'esercizio 2010. La Sardegna è invece uscita dal piano di rientro, ma senza aver completamente raggiunto gli obiettivi, con una perdita di risorse pari a 14,8 milioni di euro.
FONTE: ITALIA OGGI

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