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NOVITÀ NORMATIVE

RIMBORSI ACQUA

Viaggeranno su un sentiero stretto i rimborsi destinati ai cittadini che in questi anni hanno pagato la quota di depurazione dell'acqua senza essere allacciati ad alcun impianto. E il gioco del dare-avere rischia di presentare il conto agli utenti che invece al depuratore sono collegati, e che si potranno veder chiedere un aumento della tariffa proprio per finanziare gli indennizzi.
La Corte dei conti ha dato il via libera al decreto con cui il ministero dell'Ambiente è stato chiamato a tappare il buco aperto ormai un anno e mezzo fa dalla Corte costituzionale; ora manca solo la Gazzetta Ufficiale. La Consulta (sentenza 335/2008) aveva chiarito che non è possibile chiedere un compenso per un servizio che non si offre, e che quindi gli almeno 15 milioni di italiani (un quarto dell'utenza) ignorati dai depuratori avevano diritto a vedersi restituire la quota fino ad allora pagata "senza titolo" (vale intorno al 30% della tariffa totale, quindi tra i 65 e gli 80 euro ogni 200 metri cubi).
Presa alla lettera, la bocciatura costituzionale sarebbe costata circa 350 milioni all'anno (più gli arretrati), ma la nuova disciplina dettata dal ministero dell'Ambiente (che conferma le anticipazioni del Sole 24 Ore del 10 ottobre) offre più di una pezza ai conti dei gestori.
Prima di tutto, le autorità d'ambito in difficoltà potranno chiedere una mano ai cittadini collegati al depuratore per pagare gli indennizzi a chi invece è scollegato. L'urgenza (si fa per dire, visto che la legge 13/2009 imponeva di far partire gli assegni a metà settembre 2009) apre infatti la strada a una «revisione tariffaria straordinaria», che in caso di necessità potrà anche derogare i limiti di prezzo fissati nei vecchi decreti ministeriali.
Nelle intenzioni del legislatore, però, la richiesta ai cittadini dovrebbe rappresentare l'extrema ratio, visto il consistente pacchetto di sconti che il decreto offre ai gestori. Per evitare un colpo troppo duro agli investimenti sulla rete, la legge 13/2009 aveva permesso di scontare dai rimborsi i fondi spesi per progettare e realizzare le nuove opere; seguendo questa impostazione, il decreto chiede ai gestori di indicare calendario e fondi impegnati nelle varie fasi delle opere, dalla progettazione al collaudo, passando per affidamento ed esecuzione.
Saranno le stesse Ato, insomma, a indicare quanto e perché non potrà essere rimborsato, con un check up dei «lavori in corso» da pubblicare sul proprio sito Internet. Sul web, gli utenti dovranno trovare anche tutte le informazioni per avanzare l'«istanza motivata» imposta dal decreto per ottenere il rimborso: ogni Ato dovrà pubblicare gli elenchi degli utenti connessi e non connessi agli impianti, accompagnando i nomi con l'acqua consumata e le cifre pagate da ciascuno per la depurazione.
La platea dei creditori sarà distinta in tre gruppi, con diritti diversi: solo chi abita in zone dove il depuratore non è nemmeno in programma riceverà l'indennizzo completo, mentre se il gestore ha "già" avviato i progetti per i nuovi impianti, gli assegni saranno alleggeriti dalle risorse già spese per la programmazione.
Se l'impianto non è ancora partito o si è rotto, gli utenti riceveranno le quote pagate durante il periodo di inattività. Un ultimo paletto è fissato dal decreto per quel che riguarda il passato: sul periodo di prescrizione le sezioni regionali della corte dei conti si sono divise fra chi ha fissato il termine in cinque anni e chi invece estende la possibilità di rimborso all'ultimo decennio (in realtà fino al 3 ottobre 2000, data di nascita dell'attuale regime tariffario).
Il decreto sposa la prima ipotesi, e fissa in cinque anni anche il termine entro il quale i gestori potranno completare il pagamento a rate.
FONTE: IL SOLE 24 ORE

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