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RENDITE CATASTALI: ALLO STUDIO LA RIVALUTAZIONE.

Circola da qualche settimana, nel ministero delle Finanze e di riflesso in Parlamento, l'ipotesi di assestare una botta alle rendite catastali. Anzi, una bella botta. La trovata è semplice: ripetere l'operazione attuata dal primo governo Prodi. Nella Finanziaria del 1997 (legge 662 del 1996) fu approvata la seguente disposizione: «Fino alla data di entrata in vigore delle nuove tariffe d'estimo le vigenti rendite catastali sono rivalutate del 5% ai fini dell'applicazione dell'imposta comunale sugli immobili e di ogni altra imposta». Ovviamente le «nuove tariffe d'estimo» nessuno le ha ancora viste, dopo 15 anni. In tal modo la rivalutazione è rimasta intatta, attestazione del prediletto ricorso al catasto come strumento per far cassa.
Adesso si pensa di ripetere quel provvedimento, sostituendo un altro numero al «5%». L'operazione è facile facile. Non introduce una nuova imposizione, non richiede adeguamenti degli uffici tributari, riduce le operazioni a un'elementare moltiplicazione. In compenso, permette di introitare euro a palate. Per avvalorare l'iniziativa si prevede già di divulgare una semplice domanda: come potete pensare che le rendite restino ancorate a quelle del 1990?
A questo punto sarà bene spiegare che le rendite catastali, nonostante la loro denominazione di legge, da un ventennio esprimono, di fatto, i valori immobiliari. Eppure, la legge catastale (il dpr n. 1142 del 1949) basa le rendite sul «reddito lordo», costituito dal «canone annuo di fitto, ordinariamente ritraibile dall'unità immobiliare». La Corte costituzionale si occupò delle rendite nel 1994, quando salvò gli estimi individuati da una legge che aveva assorbito un paio di decreti ministeriali annullati dalla giustizia amministrativa. Attenzione: li fece salvi solo per la «transitorietà della disciplina denunciata» (c'era una legge delega in materia, in attesa di attuazione). Ovviamente, come ogni transitorietà che si rispetti, in Italia è divenuta permanente, con l'aggravante del citato adeguamento del 5%, sotto Vincenzo Visco titolare delle Finanze.
Quindi, i valori riscontrati nel 1988-'89 restano alla base delle rendite catastali vigenti, facendo ricorso a coefficienti determinati in sede politica. Abbiamo detto: valori. La Corte costituzionale ha ricordato che «il procedimento seguito, anziché fondarsi sul tradizionale parametro del valore locatizio, si basa sul valore di mercato del bene in sé». La legge era così violata, ma si poteva ammettere il vulnus in nome della durata transitoria.
Se oggi quelle rendite, illegittimamente determinate, fossero ancora prese a base per una nuova rivisitazione, non si potrebbe pensare a un'indifferenza della Corte costituzionale, ove essa fosse chiamata a pronunciarsi di nuovo.
C'è, ancora, un elemento da ricordare. Le aliquote dell'Ici e le altre imposte legate alle rendite (come registro e donazione e successione) sono state fissate su «quelle» rendite. Certo, in astratto la legge determina aliquote e imposte; ma le disposizioni sono sempre rimaste pensate, motivate e legate alle rendite come vennero maldestramente legificate nel 1993. Ogni revisione di quelle rendite dovrebbe comportare una revisione delle imposte derivate. Altrimenti, si giungerebbe all'esproprio del bene, mediante l'aumento dell'Ici (che è imposta patrimoniale).
Naturalmente, già si pensa a far circolare l'avvertenza che, non pagandosi l'Ici sulla prima casa, i piccoli proprietari della sola abitazione sarebbero esenti dalle conseguenze del provvedimento. Non è fuori luogo ricordare che il reddito figurativo della casa di abitazione viene comunque conteggiato ai fini del reddito lordo (in particolare per la concessione di prestazioni sociali e assistenziali), pur se poi si agisce con la detrazione. Le conseguenze di un aumento del reddito figurativo, a causa della rivalutazione delle rendite, colpirebbe quindi anche i proprietari della sola prima casa.
FONTE: ITALIA OGGI

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