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NOVITÀ NORMATIVE

PAGA L'AMMINISTRATORE SE LA PARTECIPATA AGGIRA IL PATTO.

Con le società partecipate non si può più scherzare: la gestione dissennata dell'azienda, che si concretizzi in comportamenti volti ad aggirare i vincoli imposti all'ente locale in ordine alla spesa di personale e al patto di stabilità, comporta danno erariale, per il quale rispondono sia gli amministratori del Comune, sia quelli della società partecipata. Questo, in sintesi, il contenuto della sentenza 402 del 21 settembre 2011 della Corte dei conti, sezione prima giurisdizionale centrale.
Il casus belli è rappresentato da una società mista, di proprietà per i due terzi dal Comune. Scopo della società, risultante nello statuto e nell'atto costitutivo, doveva identificarsi nel conseguimento di una maggior efficienza ed economicità dei servizi pubblici alla stessa affidati. In realtà, era servita per perseguire scopi di tipo occupazionale, volti a stabilizzare una serie di lavoratori socialmente utili. Scopi estranei alle regole di buona amministrazione, non sostenibili dal punto di vista economico e che hanno comportato, nella società, il susseguirsi di risultati deficitari. Queste perdite sociali, riservate nella contabilità del comune, ne hanno determinato il dissesto.
Innanzitutto la Corte dei conti ha riconosciuto la propria giurisdizione in materia. Infatti la gestione non oculata della società non ha prodotto effetti negativi limitati al patrimonio del stessa società, fattispecie per la quale la giurisprudenza consolidata della Corte di cassazione ha escluso la competenza dei magistrati contabili. Le perdite sociali hanno comportato danno al Comune e, di conseguenza, al patrimonio pubblico, sul quale vigila la Corte dei conti. Ad avvalorare la tesi, vi è la sussistenza del rapporto di servizio e le finalità pubbliche che la società perseguiva.
La Corte delinea con precisione il confine oltre il quale non possono spingersi le scelte discrezionali indiscutibilmente in mano agli amministratori, sia dell'ente locale che delle sue società partecipate. Il confine trova fondamento nel dettato costituzionale della buona amministrazione, che si concretizza nel rispetto delle regole di sana ed economica gestione. E sicuramente non può rinvenirsi quando, a fronte di uno strumento di per sé legittimo e idoneo a perseguire il fine dichiarato (la costituzione della società), viene messo in atto un comportamento attraverso il quale si tenta di raggiungere scopi diversi da quelli esplicitati (stabilizzazioni), adottando atti che, naturalmente, risultano illegittimi per sviamento di potere. Ne discende la conferma della competenza della Corte dei conti, la quale potrà sindacare in merito alla malagestione, in ipotesi di danno erariale.
Il principio può essere esteso anche ad altre scelte effettuate dalle società partecipate, tipicamente in merito ad azioni volte ad aggirare i vincoli in tema di patto di stabilità. I magistrati contabili condannano in primo luogo il sindaco e l'assessore del comune, attribuendo loro la metà del danno riconosciuto (oltre 200mila euro ciascuno), e, in secondo luogo, il presidente e l'amministratore della società, che partecipano per il 30% al risarcimento (oltre 120mila euro a testa). In via residuale sono coinvolti i componenti della giunta; esclusi anche i revisori dei conti, i quali hanno collaborato con il consiglio comunale per la verifica sulla società.
FONTE: IL SOLE 24 ORE

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