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NOVITÀ NORMATIVE

IL MEF CHIARISCE LE MODALITA' DI APPLICAZIONE DELL'ADDIZIONALE IRPEF.

Un'aliquota unica, uguale per tutti, oppure cinque prelievi diversi, tanti quanti sono gli scaglioni di reddito previsti dalle regole per l'Irpef nazionale. Tertium non datur.
È questo il bivio obbligato per l'addizionale Irpef dei Comuni dopo il rilancio della «progressività» scritto nella manovra di Ferragosto (articolo 1, comma 11 del Dl 138/2011) e rilanciato dal decreto «salva-Italia» (articolo 13, comma 16 del Dl 201/2011), che non consente ai sindaci opzioni diverse e non offre margini di "flessibilità".
Una lettura di questo tipo della nuova normativa è stata già suggerita dalle Istruzioni dell'Ifel sui bilanci preventivi 2012, e ora emerge la conferma ufficiale da parte del dipartimento delle Finanze. Via XX Settembre nei giorni scorsi ha scritto ad alcuni Comuni che avevano optato per una diversificazione dell'aliquota, accorpando però più scaglioni di reddito all'interno dello stesso prelievo.
La scelta censurata dalla comunicazione ministeriale, prevedeva di chiedere il 6 per mille ai redditi fino a 15mila euro, il 7 per mille tra 15.001 e 55mila (unendo il secondo e il terzo scaglione dell'Irpef nazionale) e l'8 per mille sopra questo livello, quindi per gli ultimi due scaglioni.
Scelte analoghe sono state compiute, oppure sono nei programmi, in molti enti (tra i capoluoghi di Provincia, per esempio, Ferrara ha deliberato la stessa scansione delle aliquote), ma il ministero le stoppa senza esitazioni: per chi sceglie di scaglionare il prelievo, scrivono i tecnici di Via XX Settembre, «le aliquote dovranno non solo essere necessariamente articolate secondo i cinque scaglioni di reddito, ma anche diversificate in relazione a ciascuno scaglione». Non solo: il ministero «si riserva la facoltà di impugnare i provvedimenti» assunti dalle amministrazioni locali che si ostinassero a seguire una via diversa.
L'intervento ministeriale chiarisce così una delle due querelle interpretative sorte dalla nuova regola sulla progressività delle addizionali locali, ma lascia in ombra l'altra questione, cruciale anche per la programmazione del gettito. La norma, infatti, non spiega se la progressività vada intesa «per scaglioni» (applicando un'aliquota diversa a ogni quota di reddito, come accade per l'Irpef nazionale) o «per fasce», con un meccanismo in base al quale l'ammontare del reddito complessivo decide l'aliquota che si applica sull'intero imponibile.
La prima opzione ha il pregio di essere in linea con il Fisco statale, e quindi di garantire una lettura sicuramente aderente all'esigenza di progressività indicata dal legislatore, ma gli stessi tecnici dell'Ifel, nel sollecitare un intervento chiarificatore a livello centrale, notano come la norma non sembri ad oggi porre alcun divieto nei confronti della seconda ipotesi, che ha invece il pregio della semplicità di calcolo. Resta da capire che cosa pensino sul punto al dipartimento delle Finanze e all'agenzia delle Entrate, che nei fatti hanno il potere di ultima istanza sulla questione.
La progressività dell'Irpef locale, imbrigliata per questa via dalla legge nazionale, presenta poi ancora il grosso «buco» dell'Irpef regionale. Anche quando scaglionano l'aliquota (come accade in Piemonte, Lombardia, Liguria, Emilia Romagna e Umbria), infatti, i governatori continuano a non seguire l'articolazione nazionale dei redditi, e ad accorpare più scaglioni.
Visto che l'addizionale regionale, a partire dalla base "gonfiata" all'1,23% dallo stesso decreto «salva-Italia», pesa decisamente di più di quella comunale, la progressività del prelievo locale sembra destinata per ora a rimanere azzoppata.
FONTE: IL SOLE 24 ORE

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