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NOVITÀ NORMATIVE

TRA TIA E TARES IL DILEMMA DEI COMUNI.

Le sentenze della Cassazione che, tra febbraio e marzo, hanno ribadito la natura tributaria della Tia 1, la tariffa di igiene ambientale istituita dall’articolo 49 del decreto Ronchi, impongono scelte assai pesanti a tutti i Comuni che, dopo avere istituito la tariffa, non l’hanno ancora qualificata come tributo.
È probabile, ed anche auspicabile, che le loro decisioni per l’oggi siano influenzate dai futuri scenari previsti per la Tares. Se, a partire dal 2013, si attiveranno sistemi di misurazione puntuali delle quantità di rifiuti conferiti al servizio pubblico (comma 29, articolo 14, del Dl 201/2011), essi potranno istituire una tariffa Tares avente natura corrispettiva, in luogo del tributo. In questa prospettiva, gli enti potrebbero – entro il 30 giugno – deliberare in consiglio comunale la formale istituzione della Tia2, con contestuale approvazione del regolamento. Per questa via, a partire dal 2012 l’applicazione dell’Iva sulla nuova tariffa troverebbe giustificazione nell’articolo 14, comma 33, del Dl 78/2010.
All’opposto, se gli enti locali non potranno (per la mancanza di sistemi di misurazione puntuale delle quantità di rifiuti conferiti dai singoli utenti) o non vorranno istituire la Tares/corrispettivo, essi dovrebbero allora attivarsi, sempre entro il 30 giugno, per:
- riconoscere la Tia come tributo e fissarne la misura;
- integrare i regolamenti sulle entrate, per l’accertamento e la riscossione, oltre che sulle sanzioni e del contenzioso.
Approvati i regolamenti e le tariffe, si dovrà ridefinire l’assetto negoziale che ha finora legato i Comuni ai gestori: un appalto al posto dell’affidamento in concessione di un servizio. A livello contabile, poi, l’istituzione del tributo va a modificare l’assetto del bilancio, che dovrà accogliere, allo stesso tempo, le entrate tributarie della Tia e le spese addebitate in regime di imponibilità del 10 per cento dai gestori/appaltatori.
Resta, con tutto il suo peso, il problema del passato. Anche qui non può che ripetersi lo schema per cui l’appaltatore è tenuto, da un lato, a emettere note di accredito nei confronti dei contribuenti e, dall’altro, a rifatturare al Comune le proprie prestazioni. Chiaro che, per questa via, il Comune resta inevitabilmente soggetto all’Iva.
Poiché tuttavia ciò non può tradursi in un costo aggiuntivo, si possono ipotizzare due soluzioni: la prima è che l’erario si faccia carico dell’extracosto Iva, consentendone il recupero al Comune attraverso meccanismi semplici e automatici (ad esempio un credito d’imposta da compensare); la seconda va invece a incidere – sacrificandole – sulle aspettative dei cittadini/contribuenti, che verrebbero a soccombere rispetto al principio (fissato dal decreto Ronchi) per cui la tariffa deve coprire tutti i costi di servizio di gestione dei rifiuti solidi urbani. Soluzione che confliggerebbe con il principio della irretroattività delle tariffe.
E tuttavia non va dimenticato che, nella fattispecie, non si riscontrerebbe alcun atto d’arbitrio, quanto invece una causa di forza maggiore tale da rendere necessario un semplice adeguamento delle tariffe agli effettivi extra costi accertati dopo l’esercizio di riferimento.
FONTE: IL SOLE 24 ORE

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