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civica

NOVITÀ NORMATIVE

PATTO DI STABILITA' SOLO PER LE SOCIETA' IN HOUSE.

La recente disciplina in materia di servizi pubblici locali (artt. 3-bis e 4 dl n.138/2011 convertito in legge n.148/2011) pone un tema di estremo interesse e viva preoccupazione, non soltanto dal punto di vista teorico e concettuale ma prim'ancora sotto il profilo pratico e operativo, per tutto il mondo delle società pubbliche operanti nelle public utilities: quello relativo all'assoggettamento delle «società cosiddette in house affidatarie dirette della gestione di servizi pubblici locali al patto di stabilità interno» nonché alle «disposizioni che stabiliscono a carico degli enti locali divieti o limitazioni alle assunzioni di personale, contenimento degli oneri contrattuali e delle altre voci di natura retributiva o indennitaria e per le consulenze anche degli amministratori»
Senza voler entrare nel merito della scelta legislativa, riteniamo tuttavia opportuna una riflessione circa la portata della disposizione in commento, anche a fronte di alcuni orientamenti volti a estenderne l'applicazione anche al di là del dato letterale.
Non sfugge, infatti, che la norma in commento riferisce la sua portata precettiva, non già genericamente alle società a capitale pubblico (totalitario e/o maggioritario), bensì solo a una particolare e specifica categoria di esse: le cosiddette società in house, in quanto tali affidatarie dirette di servizi pubblici locali.
Al di là delle valutazioni di merito, ci sembra piuttosto chiara la ratio antielusiva della norma: evitare che gli enti locali, per il tramite della costituzione delle cosiddette società in house alle quali affidino direttamente i relativi servizi, possano aggirare i limiti posti dal Patto di stabilità e/o dalle norme relative al cosiddetto blocco delle assunzioni.
Sennonché in taluni casi, è stata prospettata l'applicazione della disposizione in commento anche al di là dei limiti letterali della norma: dunque, alle società a totale capitale pubblico che operano non già in via di affidamento diretto bensì a seguito dell'aggiudicazione di gare pubbliche ovvero alle società miste pubblico-private il cui socio privato sia stato selezionato a seguito di una regolare procedura di evidenza pubblica.
Ebbene, tale interpretazione non convince affatto: vuoi perché contrasta con il dato letterale della norma; vuoi perché i citati artt. 3-bis e 4 distinguono in modo molto attento le disposizioni applicabili alle sole società in house da quelle che invece hanno una portata più ampia, riferendosi in generale alle società a partecipazione pubblica (totalitaria e/o maggioritaria).
Non sfugge, infatti, che lo stesso art. 4 mentre, da un lato, limita l'assoggettamento al Patto di stabilità alle sole società in house, dall'altro lato prevede che «le società a partecipazione pubbliche che gestiscono servizi pubblici locali », indipendentemente dalla natura giuridica e dal titolo di affidamento, « adottano, con propri provvedimenti, criteri e modalità per il reclutamento del personale e per il conferimento degli incarichi nel rispetto dei principi di cui all'art. 35, 3°, dlgs 165/2001» o ancora estende l'obbligo di applicazione del Codice dei contratti pubblici, oltreché alle società in house anche «alle società a partecipazione mista pubblica/privata».
Al di là delle predette, non v'è dubbio che con l'intervento riformatore in commento, il legislatore abbia inteso traguardare il sistema delle società pubbliche verso logiche di mercato e concorrenziali (costringendole, sostanzialmente, ad abbandonare il vecchio alveo delle gestioni esclusive e protette degli affidamenti diretti secondo il modulo in house providing): sul punto basta pensare al favor legislativo verso la liberalizzazione dei spl e dunque per la concorrenza nel mercato (in luogo di quella per il mercato); alla scadenza anticipata ope legis degli affidamenti non conformi ai nuovi modelli; al regime dei divieti per le società affidatarie dirette di spl.
In questo contesto sarebbe oltremodo contraddittorio e persino discriminatorio porre tali vincoli nei confronti di quelle società la cui stessa sopravvivenza dipenderà dalla capacità di confrontarsi sul mercato concorrenziale con tutti gli altri operatori (pubblici e/o privati).
Sarà, dunque, il mercato l'arbitro ultimo della virtuosità dell'intero sistema e della capacità delle attuali società pubbliche di cambiare passo, abbandonando logiche ormai anacronistiche per adeguarsi a un assetto nuovo che tuttavia potrebbe, nell'attuale panorama delle public utilities italiane, offrire loro significative prospettive di crescita industriale.
Una strada, per quanto opinabile (come tutte le cose della vita), è stata tracciata in modo abbastanza netto e preciso: sarà necessario mantenerla e verificare la capacità di risposta del sistema pubblico.
FONTE: ITALIA OGGI

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