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NOVITÀ NORMATIVE

BILANCIO CONSOLIDATO NEI COMUNI OLTRE 5.000 ABITANTI

La lotta alla «corruzione» dà il titolo al provvedimento, ma nella ricca parte dedicata agli enti locali dal disegno di legge varato lunedì dal governo sono protagonisti i temi dell'efficienza e del monitoraggio sui bilanci. In due modi: con l'estensione dei controlli alle società partecipate, che rientrano pienamente sotto la responsabilità del comune e della provincia; e con l'ampliamento del pacchetto di funzioni di revisori, responsabili dei settori e segretari degli enti.
La parte più importante è quella dedicata al bilancio consolidato, che dopo diversi tentativi senza successo prova a diventare obbligatorio nelle province e nei comuni sopra i 5mila abitanti. Il tema è cruciale, perché mentre il patto di stabilità e le altre regole contabili si concentrano sui conti del comune, fuori da questo perimetro si muove una ragnatela di enti e aziende collegate (la Funzione pubblica nell'ultimo monitoraggio ne censisce, per difetto, quasi 7mila, con 23.500 rappresentanti degli enti impegnati nei consigli di amministrazione) caratterizzata da bilanci spesso problematici: secondo l'ultima rilevazione ampia della Corte dei conti il 37% delle partecipate aveva bilanci in perdita, e da Taranto a Catania i buchi più clamorosi nei conti comunali sono nati dal rapporto con le società.
Per riportare sotto controllo questo universo magmatico il Ddl introduce l'obbligo di redazione del bilancio consolidato secondo il criterio della competenza economica, che prova a trasformare comuni e province in holding governate da un sistema contabile plasmato sulla realtà aziendale. Questo strumento, se applicato correttamente, rende impossibile nascondere perdite e ripiani, spesso difficili da decodificare con l'attuale sistema della contabilità finanziaria, e impone di mantenere in equilibrio l'intero sistema composto da comune e realtà collegate.
Il provvedimento non si limita però a mettere gli «organismi gestionali esterni» sotto una lente contabile, ma pone le aziende partecipate al centro di un capitolo inedito nel sistema dei controlli locali. Comuni e province (lo prevede il nuovo articolo 147-quater che il Ddl intende inserire nel testo unico del 2000) potranno organizzare questo sistema in autonomia, ma dovranno fissare per ogni azienda precisi obiettivi gestionali basati su «standard quantitativi e qualitativi» e attivare un sistema informativo ad hoc per rilevare i flussi finanziari fra ente e azienda; in questo meccanismo dovranno essere rappresentati anche il quadro gestionale e organizzativo delle società, oltre ai contratti di servizio.
L'ultimo tassello del sistema è affidato alla previsione della manovra d'estate 2008, finora rimasta inattuata, che incarica il ministero dell'Economia di sottoporre al patto di stabilità anche le aziende in house.
Nel Ddl corruzione si fa largo anche una riforma (parziale) dei revisori dei conti, cioè i professionisti attivi negli enti locali che dal provvedimento si trovano un pacchetto di compiti allargato. Il loro parere diventa obbligatorio anche sulla costituzione di organismi esterni, sul ricorso all'indebitamento e a strumenti di finanza innovativa. Solo parziale, però, il passo indietro rispetto al taglio ai revisori nei 1.664 comuni fra 5mila e 15mila abitanti operato con la Finanziaria 2007.
La formazione del collegio, secondo il Ddl, rimane «facoltativa», e la nomina con la maggioranza dei due terzi del consiglio (senza abrogare la doppia preferenza) non risolve i problemi di terzietà. Nei comuni con meno di 15mila abitanti la maggioranza dei due terzi è assegnata alla lista del sindaco, per cui servirebbe una soglia di almeno il 70% per avere revisori davvero indipendenti.
FONTE: IL SOLE 24 ORE

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