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NOVITÀ NORMATIVE

TAGLI ALLE AUTONOMIE PER 7,2 MILIARDI.

I timori delle autonomie erano fondati. Almeno a giudicare dalla bozza di decreto sulla spending review. In arrivo per Regioni ed enti locali c'è una nuova ondata di tagli: 7,2 miliardi nel biennio. Ma il menù degli interventi per il comparto non dovrebbe esaurirsi qui.
Oltre alla stessa riduzione del personale prevista per le Pa centrali in rampa di lancio ci sarebbero l'accorpamento delle Province, abbinato però a quello dell'intera amministrazione periferica dello Stato, la nascita di 10 Città metropolitane, la gestione associata dei servizi per i piccoli Comuni e la stretta sulla galassia di enti, società e agenzie dislocate lungo lo Stivale. Resta da capire - e la risposta potrebbe esserci già oggi - se le misure arriveranno in un'unica soluzione o saranno divise in due DL da varare il primo (con le riduzioni di spesa) venerdì e il secondo (con le norme ordinamentali) entro agosto.
Per ora il provvedimento è uno solo. Al suo interno uno spazio di rilievo lo occupano i tagli I 7,2 miliardi di sacrifici dovrebbero gravare per 3,2 miliardi sulle Regioni e per 4 sugli enti locali. Tra le prime il conto più salato lo pagheranno i territori a statuto ordinario con una stretta di 700 milioni nel 2012 e di 1 miliardo dal 2013 in poi sulle «risorse a qualunque titolo dovute dallo Stato»,; quelli speciali contribuiranno invece per 500 milioni quest'anno, 1 miliardo nel 2013 e 1,5 dal 2014 in poi. Risorse che arriveranno da una minore compartecipazione ai tributi erariali.
A loro volta Comuni e Province dovranno rinunciare a una parte dei fondi di riequilibrio per il federalismo. I sindaci lasceranno sul terreno 500 milioni quest’anno e 2 miliardi nel 2013. A ripartire il taglio tra i vari municipi, sulla base dei consumi intermedi realizzati, dovrà pensarci la Conferenza Stato-città entro fine settembre.
In caso contrario lo farà il Viminale entro ottobre. Se sul fondo non ci saranno risorse a disposizione l'equivalente verrà trattenuto sulla quota di gettito Imu destinata ai Comuni. Un meccanismo analogo interesserà le amministrazioni provinciali che dovrebbero perdere 500 milioni quest'anno e il doppio l'anno prossimo. In caso di incapienza del fondo di riequilibrio si attingerà ai proventi del Re auto.
A prescindere che lo faccia con il primo o con il secondo decreto, il Governo sembra inoltre intenzionato a riformare l'intera organizzazione degli uffici che si interfacciano ai cittadini. Sia centrali che locali. Un ruolo di primo piano spetterà all'accorpamento delle Province che avverrà, si legge nella bozza, sulla base di «un'ipotesi di riordino» deliberata dal Cdm entro 20 giorni dal varo del DI secondo tre parametri: dimensione, popolazione residente e numero di Comuni presenti sul territorio.
Se passasse la linea di far sopravvivere chi ha due requisiti su tre tra quelli individuati dal ministro Filippo Patroni Griffi (3mila chilometri quadrati, 350mila abitanti e 50 municipi almeno) salterebbero 61 enti di area vasta su 107. Alle 42 di partenza si aggiungerebbero le 9 ubicate nelle Regioni speciali, alle quali il testo dà sei mesi per adeguarsi, e le 10 che verranno sostituite da altrettante Città metropolitane.
Le Province che sopravvivranno svolgeranno meno funzioni rispetto a oggi visto che dovrebbero occuparsi di pianificazione territoriale e ambiente, programmazione del trasporlo pubblico e controllo di quello privato, costruzione e gestione delle strade provinciali.
Accogliendo la proposta dell'Upi, l'Esecutivo sembra intenzionato a riformare anche l'amministrazione periferica dello Stato. In primis le prefetture, che saranno ridisegnate sulla base degli ambiti territoriali occupati dalle nuove Province o Città metropolitane. Senza dimenticare la stretta del 20% che scatterà su «enti, agenzie e organismi comunque denominati e di qualsiasi natura giuridica» che oggi esercitano, anche in via strumentale, i compiti di Comuni e Province.
FONTE: IL SOLE 24 ORE

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