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NOVITÀ NORMATIVE

GLI AFFIDAMENTI IN-HOUSE SI COMPLICANO.

Il comma 8 dell'art. 4 della spending review (legge 135/2012) sancisce che dall'1/1/2014 l'affidamento diretto può avvenire solo a favore di società a capitale interamente pubblico nel rispetto dei requisiti dell'in-house providing e a condizione che il valore economico del servizio o dei beni oggetto dell'affidamento sia complessivamente inferiore a 200 mila euro annui. Sono fatti salvi gli affidamenti in essere fino alla scadenza naturale e comunque fino al 31/12/2014.
Quindi solo un anno di tregua, o al massimo due, per vedere ridotto drasticamente il numero delle partecipate in-house? I dubbi sono tanti e in maniera subdola sembrerebbe che l'abrogazione della riforma dei servizi pubblici locali a seguito della sentenza della Corte costituzionale n. 199/2012 abbia portato il governo e il parlamento a trovare una soluzione di carattere generale, stabilendo laconicamente il divieto di affidamento diretto se non alle condizioni sopra indicate.
La prima tagliola è prevista nel comma 1 che sancisce che nel caso di società direttamente o indirettamente controllate dalle p.a. che abbiano conseguito nel 2011 un fatturato da prestazioni di servizi (e non di beni) a favore di pubbliche amministrazioni superiore al 90% dell'intero fatturato occorre procedere o al loro scioglimento entro il 2013 ovvero alla alienazione dell'intera partecipazione a mezzo procedure di evidenza pubblica con contestuale assegnazione del servizio (o dei servizi gestiti) per cinque anni non rinnovabili a decorrere dal 1/1/2014.
Chiaramente trattasi di società cosiddette strumentali che svolgono servizi nei confronti diretti della p.a. concedente e non verso gli utenti. Mentre per le società che gestiscono servizi pubblici locali, il comma 3 nell'elencare le fattispecie che esulano da tale obbligo precisa a riguardo che rientrano, appunto, quelle che svolgono servizi di interesse generale (a rilevanza o meno economica), quelle di committenza e altre tra cui le finanziarie partecipate dalle regioni, disponendo una salvaguardia di carattere generale laddove l'ente pubblico ritenga (e dimostri in maniera oggettiva con apposite indagini di mercato) che vi siano ragioni economiche, sociali, ambientali e geomorfologiche che non consentano un efficace ed utile ricorso al mercato.
Pertanto se una società pubblica abbia conseguito nel 2011 un fatturato da prestazione di servizi a favore di pubbliche amministrazioni inferiore al 90% del proprio fatturato (comprese le società che gestiscono contemporaneamente servizi strumentali e servizi pubblici locali nonostante l'orientamento giurisprudenziale costante che vieta chiaramente tale tipologia di società pubblica) potrebbe ritenersi esclusa dai vincoli di cui sopra; tuttavia proseguendo nell'esame degli altri commi dell'art. 4, e in particolare i commi 7 e 8, di fatto un'ulteriore tagliola è in agguato e potrebbe coinvolgere in generale tutte le società pubbliche, comprese quelle che abbiano superato il primo ostacolo.
Infatti, il comma 7 dispone che, al fine di evitare distorsioni della concorrenza e del mercato, dall'1/1/2014 le pubbliche amministrazioni acquisiscono sul mercato i beni e i servizi strumentali alla propria attività mediante procedure concorrenziali, salve le convenzioni indicate in coda al comma stesso relative ad associazioni di volontariato, di promozione sociale ecc.
Sicuramente tale disposizione chiude le porte alle società pubbliche strumentali, salvo quanto riportato nel comma successivo che fa salve le società pubbliche in house ma pone un limite economico di 200 mila euro con riferimento al servizio o ai beni oggetto dell'affidamento diretto.
Quest'ultimo comma appare quello più problematico in quanto non sembra esserci alcuna deroga alle società che svolgono servizi pubblici locali.
Allora la domanda è se sopravvivranno solo le piccole società pubbliche?
Gli operatori attendono risposte urgenti alle suesposte perplessità.
FONTE: ITALIA OGGI

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