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NOVITÀ NORMATIVE

SERVIZI PUBBLICI LOCALI: UNA QUESTIONE TUTTA APERTA.

Una riforma concertata, ma da concludere in tempi stretti, entro la fine dell'anno. Sono le caratteristiche dell'ennesimo capitolo dedicato alla riscrittura delle regole per l'affidamento dei servizi pubblici locali, dopo che la Corte costituzionale ha cancellato con la sentenza 199/2012 tutte le liberalizzazioni scritte nella manovra-bis del 2011 e nei successivi interventi correttivi.
La nuova strategia scritta nel cronoprogramma esaminato ieri dal Consiglio dei ministri sembra nascere proprio per evitare la conflittualità che ha accompagnato tutti i tentativi per aprire al mercato il mondo dei servizi locali, e che a conti fatti ne hanno decretato l'insuccesso.
Per questa ragione la prima fase, da avviare subito, prevede l'istituzione di un «tavolo istruttorio» aperto alle amministrazioni interessate, per individuare le nuove regole: i tempi della concertazione devono essere però limitati perché, in linea con tutti gli altri punti del programma messo nero su bianco dal Governo Monti, la "data di scadenza" è fissata a fine dicembre.
La complessità del tema non sfugge però ai tecnici, e in particolare alla prima linea rappresentata in questo caso dal ministero degli Affari regionali, come mostra la cautela della formulazione proposta al Consiglio dei ministri: la nuova riforma va scritta entro la fine dell'anno «ove possibile», e soprattutto dopo aver «individuato un idoneo veicolo normativo».
Dopo la rigida presa di posizione della Corte costituzionale, il problema dello strumento normativo ha assunto infatti lo stesso peso dei nodi sostanziali che finora hanno congelato il quadro. La Consulta ha cancellato l'articolo 4 della manovra-bis di Ferragosto 2011 (Dl 138/2011), che introducevano la regola dell'affidamento tramite gara e imponevano di giustificare le eccezioni residue con un'analisi di mercato da presentare all'Antitrust, perché le ha giudicate uguali (anzi, in qualche caso ancor più restrittive) di quelle del 2008 bocciate con referendum nel giugno dell'anno scorso.
La tagliola messa in azione dai giudici delle leggi, facendo saltare le fondamenta scritte l'anno scorso, ha cancellato anche gli interventi successivi, realizzati dal Governo Monti con il decreto «liberalizzazioni» di gennaio e con il «Cresci-Italia» di giugno.
All'indomani della sentenza si era parlato di un intervento-lampo del Governo con un emendamento alla legge di conversione del decreto sulla revisione di spesa, ma i tempi stretti e l'esigenza di trovare una strada che non sfociasse in un nuovo fallimento hanno consigliato prudenza.
La via non è comunque larga, perché la stessa Corte costituzionale ha riconosciuto la possibilità per il legislatore di tornare a occuparsi della materia, ma ha ovviamente chiarito che in nessun modo è possibile ««far rivivere la normativa abrogata». Le basi su cui agire al momento sono due. La prima è rappresentata dalle regole Ue, che consentono l'affidamento in house a tre condizioni: la società affidataria deve essere interamente pubblica, deve svolgere la maggior parte della propria attività con l'ente affidante e quest'ultimo deve assicurare sulla società un «controllo analogo» a quello garantito sui propri uffici.
Rimangono però in vigore alcuni aspetti delle regole italiane che non sono stati toccati dalla Corte, e che possono rivelarsi fondamentali. Il primo è il tetto agli affidamenti in house, che dal 2014 non potranno avvenire per servizi di valore superiore ai 200mila euro annui, con un'eccezione che fa vivere fino alla fine dello stesso anno gli affidamenti in essere. Una regola che, se sarà in grado di sopravvivere, potrà sfoltire drasticamente la foresta degli affidamenti diretti. Il ritorno in agenda dei servizi pubblici locali potrebbe poi essere l'occasione per sciogliere i nodi applicativi delle regole rimaste in vigore ma ancora inattuate, a partire dall'assoggettamento delle società in house al Patto di stabilità e dalla ridefinizione ordinata degli ambiti ottimali.
FONTE: IL SOLE 24 ORE

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