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NOVITÀ NORMATIVE

FEDERALISMO: UN PASSO INDIETRO.

Federalismo, si torna indietro. Rimettere mano al titolo V della Costituzione, a poco più di dieci anni dalla sua approvazione, è diventato di scottante attualità nell'agenda della politica e del governo, dopo le cronache sull'aumento incontrollato della spesa di regioni e autonomie locali.
Ieri l'annuncio ufficiale del ministro della Funzione pubblica, Filippo Patroni Griffi: il governo si prepara a presentare un disegno di legge costituzionale per restituire allo stato il potere legislativo esclusivo su alcune materie che sono di competenza concorrente. E intanto le regioni, per tutta risposta, hanno chiesto al governo un decreto legge per farsi tagliare i costi: il dl è atteso al consiglio dei ministri della prossima settimana.
Sul dossier di revisione costituzionale in verità il governo sta lavorando già da prima che deflagrassero i casi di mala gestione e, secondo quanto riferiscono i rumors di palazzo, è ormai a buon punto: energia, trasporti e comunicazioni le materie sensibili. Per ridefinire il nuovo assetto delle competenze sarebbe stato richiamato in campo anche Franco Bassanini, presidente di Cassa depositi e prestiti e artefice, da plurimistro di governi di centrosinistra, di alcune leggi di decentramento amministrativo che alla fine degli anni '90 realizzarono il massimo del federalismo possibile a Costituzione invariata. La riforma del titolo V della Costituzione sarebbe arrivata di lì a poco, approvata, su proposta dell'Ulivo, da maggioranza e opposizione nella Commissione bicamerale per le riforme istituzionali presieduta da Massimo D'Alema.
L'assenza di strategia
Il fatto è che in questi anni l'articolo 117 ha generato un ampio contenzioso tra stato e regioni davanti alla Corte costituzionale sul chi può legiferare su cosa. Problemi non tutti risolvibili in via interpretativa dalla Consulta, che hanno aggiunto confusione a confusione. Con risvolti negativi, che più volte ha evidenziato il ministro dello sviluppo economico, Corrado Passera, per la competitività. L'esempio è quello del settore dell'energia: troppe norme, competenze poco chiare, procedure amministrative farraginose. Una strategia energetica in questo contesto diventa impossibile. E l'Italia perde competitività, con una bolletta energetica che è più salata del 30% rispetto alla media dei paesi europei.
Cosa prevede la riforma
La proposta a cui si sta lavorando alla Funzione pubblica prevede di riportare nella competenza esclusiva dello stato la disciplina relativa a: produzione e trasposto di energia di rilevanza nazionale; reti di trasporto e navigazione, aeroporti commerciali e porti; ordinamento sulle comunicazioni, ad esclusione degli aspetti di interesse prettamente regionale.
Obiettivo: avere una regolazione unitaria su questioni che sono tutte di interesse nazionale. Politicamente c'è l'assenso di massima del Pd, con Pier Luigi Bersani, che chiede un ripensamento del federalismo e della proliferazione dei centri decisionali, ma anche del Pdl, che con Fabrizio Cicchitto, capogruppo dei deputati azzurri, sembra aver dimenticato la recente alleanza con la Lega Nord. Il problema va al di là degli sprechi: riportare allo stato la disciplina di alcune materie significa avere in mano un'arma importante per la politica industriale ed economica che il prossimo governo, non importa di che colore, dovrà mettere in campo. Difficile però che il percorso legislativo possa essere ultimato nell'attuale legislatura: è necessario un doppio sì per ciascuna camera.
I governatori chiedono la scure
Hanno portato la legge di riduzione del numero dei consiglieri regionali davanti alla Corte costituzionale: è competenza nostra, il governo non può metterci il naso. Ora sono gli stessi presidenti delle regioni, dopo l'onda dell'antipolitica che si sta abbattendo peggio di uno tsunami su partiti e istituzioni, a correre dal governo per chiedere un decreto legge che tagli i loro costi.
A partire dal numero dei consiglieri regionali: ne salteranno 300, assicura il governatore della Lombardia, Roberto Formigoni, per cui al prossimo giro saranno quasi un terzo in meno degli attuali. Ieri la risoluzione, approvata all'unanimità dalla conferenza delle regioni a cui ha partecipato anche la presidente dimissionaria del Lazio, Renata Polverini, è stata formalizzata dal presidente dei governatori, Vasco Errani. Prima al capo dello stato, Giorgio Napolitano, e poi, assente il premier Mario Monti, al sottosegretario alla presidenza del consiglio dei ministri, Antonio Catricalà.
Plauso del capo dello stato per «il senso di responsabilità». Il decreto legge dovrà anche fissare criteri univoci per le indennità dei consiglieri, che comunque andranno calmierate. E poi maggiore trasparenza sui bilanci per tutte le regioni, sia giunte che consigli. Il documento consegnato a Quirinale e Palazzo Chigi, tre articoli, indica anche l'attivazione di procedure di controllo attraverso la Corte dei conti.
Le verifiche, spiega il presidente della Basilicata, Vito De Filippo, «dovranno essere estese a quelle spese connesse ai costi della politica, oggi non ancora sottoposte a questa forma di controllo». Nel capitolo dovrebbero rientrare i finanziamenti ai gruppi, quelli sui quali è caduto il consiglio del Lazio. I governatori hanno proposto anche sanzioni, sotto forma di minori trasferimenti da parte dello stato, per le regioni che non si adeguano al taglio delle spese.
Province a meno 44
Il governo sembra deciso ad andare avanti sulla strada del taglio delle province: il riordino porterà al ridimensionamento dalle attuali 110 a 66. «Il taglio sarà di almeno 44 province», ha detto ieri, durante un'audizione in commissione affari costituzionali della camera, il ministro Patroni Griffi. Che ha spiegato: «Ci saranno 34 province in meno, più le 10 che diventano città metropolitane».
FONTE: ITALIA OGGI

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