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NOVITÀ NORMATIVE

IL GOVERNO VUOLE L'IVA SULLA TARIFFA RIFIUTI.

Ma sulla tariffa rifiuti è giusto pagare ancora l'Iva? «No», spiega la Corte costituzionale, «sì», sostiene il ministero dell'Economia, «no», ribatte la Cassazione, «certo» chiarisce l'agenzia delle Entrate, «no», ritiene la commissione tributaria provinciale di Siena, «sì», controargomenta quella di Venezia.
L'ultimo capitolo (finora) di questa vicenda infinita è stato scritto proprio a Venezia, ma non dai giudici tributari. Veritas, la società che gestisce il servizio rifiuti del capoluogo e di altri 24 Comuni, visto il montare del contenzioso alimentato dalle richieste di rimborso da parte degli utenti (e dalle sentenze a loro favorevoli dei giudici di pace) ha scritto all'agenzia delle Entrate per chiedere lumi sull'applicazione o meno dell'Iva sulla tariffa. La risposta dell'Agenzia, arrivata la scorsa settimana, si limita a richiamare una circolare dell'Economia in cui si sosteneva la correttezza del binomio Iva-Tia. Intanto, 200 chilometri più a Sud, la Procura della Repubblica di Rimini ha aperto un fascicolo su Hera perché la società ha deciso di continuare ad applicare l'Iva, proprio sulla scorta di quella circolare. Come si è arrivati fin qui?
Più che alle Entrate, che naturalmente devono seguire le indicazioni ufficiali dell'Economia, la risposta va chiesta al Governo, anzi ai Governi che si sono succeduti da quando è nato il problema. Tutto inizia in un caldo pomeriggio del luglio 2009, quando la Corte costituzionale ha spiegato che la Tia è una tariffa di nome ma nei fatti è una tassa, perché il conto non è proporzionale alla quantità del servizio reso. Conseguenza ovvia: l'Iva non può essere chiesta perché non si applica un'imposta su una tassa. Da lì alla pioggia di richieste di rimborso, avanzate da cittadini spesso con l'aiuto delle associazioni dei consumatori, il passo è stato breve. Nessun indennizzo, però, è arrivato al traguardo, nonostante le sentenze a favore degli utenti, perché l'Iva incassata dalle imprese è subito girata allo Stato, che è quindi l'effettivo titolare dell'entrata "illegittima".
Dalla sentenza della Consulta i Governi non sono stati inattivi ma i tentativi di soluzione del problema si sono rivelati maldestri. Il primo è stato molto diretto: un comma della manovra estiva 2010 ha provato a stabilire per legge che la tariffa rifiuti «non è tributaria», al contrario di quanto affermato dalla Consulta, ma la sfortuna ci ha messo lo zampino perché il riferimento normativo era sbagliato. La norma si occupava infatti della nuova tariffa, prevista dal codice ambientale del 2006 ma di fatto inattuata, e non di quella vecchia, introdotta dal decreto Ronchi del 1997 e applicata dai Comuni. Da qui la circolare 3/2010, richiamata dalla risposta delle Entrate all'azienda veneziana, con cui l'Economia aveva provato acrobaticamente a sostenere l'identità tra la prima e la seconda tariffa. Tesi audace ma smentita prima dalla Corte dei conti e poi dalla Cassazione, che con la sentenza 3756/2012 l'ha bollata come «forzatura logica del tutto inaccettabile».
La palla, a quel punto, è tornata al Governo, che a marzo era tornato a ipotizzare una nuova «norma di interpretazione autentica» (marzo 2012) e poi, vista l'impraticabilità di quella strada, ha annunciato alla Camera per bocca del ministro Grilli l'avvio di un monitoraggio per valutare «l'effettivo modello di raccolta e smaltimento» adottato dai Comuni. Da allora, però, non è successo nulla e il problema rimane aperto. Mega-arretrato a parte, per il futuro la questione dovrebbe chiudersi nel 2013, quando tassa e tariffa rifiuti lasceranno il posto alla nuova «Tares» federalista: un'imposta che moltiplica il rischio-aumenti nei Comuni che oggi applicano la tassa rifiuti, modalità "alternativa" alla tariffa, perché impone di coprire integralmente i costi del servizio.
FONTE: IL SOLE 24 ORE

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