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NOVITÀ NORMATIVE

PRIMI DEBUTTI PER LA CLASS ACTION PUBBLICA

Mancano le case popolari, e il comune lascia in un cassetto i piani per farle ripartire. Il piano triennale delle opere pubbliche si è incagliato, e i cancelli si chiudono davanti a ogni possibilità di avviate lavori di una qualche entità.
Sono due dei casi in cui la class action contro un ufficio pubblico può partire già da ora, dopo l'accelerazione impressa dal ministro della Pubblica amministrazione Renato Brunetta con la direttiva 4/2010 del 25 febbraio. Un'accelerazione che si colloca in realtà all'interno di un calendario lungo, che ha visto la class action "pubblica" faticare a farsi strada verso la Gazzetta Ufficiale, e una norma introduttiva (il Dlgs 198 del 20 dicembre 2009) che ne rinvia l'applicazione a provvedimenti successivi: prima - spiega il testo - bisogna fissare gli obblighi e gli «standard qualitativi ed economici» indispensabili per l'attività degli uffici.
Proprio su questo punto, la direttiva prova ad accelerare, sulla base del fatto che alcuni obblighi e standard sono già fissati dalla legge, per cui non occorre aspettarne una successiva definizione. Su questi presupposti, il ministrò ha spiegato agli uffici delle Pa che le azioni collettive sono «già esperibili» quando gli enti violano termini o non adottano «atti amministrativi generali obbligatori e non aventi contenuto normativo» entro un calendario stabilito dalla legge. Tradotto in pratica, il mirino delle azioni collettive si può concentrare prima di tutto sugli atti di programmazione imposti ai vari livelli di governo, la cui mancata adozione danneggi «interessi giuridicamente rilevanti» di una pluralità di cittadini.
Da questi parametri nascono i casi illustrati a fianco, che vanno intesi come esempi e non sono esaustivi delle possibilità offerte dal nuovo strumento. Quasi tutti gli esempi si riferiscono ai comuni, perché passa in municipio la prima linea del rapporto fra cittadini e amministrazione e sono i sindaci i più "esposti" a eventuali rivendicazioni.
I criteri per individuare i possibili campi d'azione sono semplici: quando un atto di programmazione manca, e la sua latitanza blocca una serie di soggetti nell'esercizio di un diritto (per esempio la casa popolare) o di un'attività (per esempio l'apertura di un'attività commerciale), l'azione collettiva può essere esercitata.
Tra gli esempi trova spazio anche una class action reale, annunciata dal Codacons nei confronti della Protezione civile degli enti territoriali interessati alla messa in sicurezza di una serie di aree a rischio frane. Il Codacons ha annunciato anche di aver chiesto, nell'ambito della stessa azione collettiva, un rimborso a favore delle famiglie che vivono nei comuni interessati. La class action pubblica prevista dal Dlgs 198/2009, però, si ferma al ripristino del servizio, purché la cosa non comporti «nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica»; esclusa in partenza, in ogni caso, qualsiasi richiesta di rimborso.
Questa, comunque, promette di essere solo l'anteprima della class action, che ha in agenda per i prossimi mesi due appuntamenti cruciali. A giugno scadranno i termini per attuare la norma sui «tempi certi» dell'amministrazione (articolo 7 della legge 69/2009), e andranno individuati i procedimenti che devono concludersi in 30,60 o 90 giorni. La commissione nazionale per la valutazione, intanto, è al lavoro sugli altri standard da rendere tutelabili con la class action, in una ricognizione che si basa anche sulle attuali carte dei servizi e che sta richiedendo la collaborazione degli enti interessati.
FONTE: IL SOLE 24 ORE

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