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NOVITÀ NORMATIVE

TARES ALLE PORTE TRA DUBBI ED INCERTEZZE.

I rincari del fisco sul mattone hanno due padri: lo stato dei conti comunali, fiaccati dai tagli a ripetizione e da spese che faticano ad alleggerirsi, e la «quota erariale» che ha trasformato l'Imu in un'imposta ibrida, un po' dei sindaci e un po' dello Stato. Con la sua rigidità (chiede metà del gettito ad aliquota standard, con l'eccezione dell'abitazione principale) ha messo una zeppa pesante a ogni ipotesi di alleggerimenti fiscali, offrendo anche un comodo argomento alle amministrazioni che alzano l'aliquota e giustificano il tutto con le richieste statali.
L'Imu del 2013, secondo i progetti concordanti di Governo e sindaci, dovrebbe superare questo problema. La via scelta, in teoria, è semplicissima. Dividere il mattone in due famiglie, lasciando interamente ai sindaci le tasse sulla prima e dedicando allo Stato l'intero gettito fiscale nato dalla seconda. L'ipotesi, battezzata ufficialmente dal ministro dell'Economia Vittorio Grilli pochi giorni fa all'assemblea nazionale dell'Anci e in passato già oggetto di analisi nella commissione paritetica per i federalismo fiscale, segue l'esempio di modelli stranieri, e per esempio vede con favore la competenza comunale sull'Imu delle abitazioni, e quella statale sull'imposta chiesta ai proprietari di immobili industriali (o centri commerciali).
Le ragioni sono evidenti: le case sono la base imponibile preferita dai sindaci in tutti i principali Paesi europei, e con l'imposta si pagano i servizi di cui fruiscono i cittadini.
Il rapporto con il municipio è invece più sfumato nel caso di un grande impianto industriale, che tra l'altro con la sua presenza può gonfiare di gettito il piccolo Comune in cui si trova mentre l'ente confinante rimane a secco. Passare dalla teoria alla pratica, però, non sarà semplice, prima di tutto perché occorre assicurare sia ai Comuni sia all'Erario un gettito pari a quello realizzato quest'anno, perché né i bilanci locali né quello statale sono in condizioni di rinunciare a nulla.
Proprio su questo ostacolo si è inceppato il progetto precedente, più semplice, che si basava sullo scambio fra la devoluzione ai Comuni del l'intera «quota erariale» e l'azzeramento degli ex-trasferimenti che ancora arrivano ai sindaci. Quest'ultima voce, però, si è assottigliata di taglio in taglio, e non è più sufficiente per essere scambiata con l'addio alla quota erariale.
Per un'imposta che prova a risolvere il proprio problema genetico, c'è però una tassa che non nasce sotto la stella migliore. Si tratta della Tares, che sarà anch'essa divisa in due: la «Tares-rifiuti» sostituirà gli attuali prelievi che affollano il campo dell'igiene ambientale (Tarsu, Tia1, Tia2, ecc.), imporrà a tutti la copertura integrale del servizio e quindi appare destinata a servire aumenti a largo raggio per cittadini, commercianti e imprese.
La «Tares-servizi» è invece nuova di zecca, e servirà a pagare i «servizi indivisibili» (illuminazione pubblica, strade e così via). Potrà riscuoterla solo il sindaco, e non si capisce che cosa accadrà nelle migliaia di Comuni che oggi affidano all'esterno la riscossione e non possono rivedere i contratti (congelati fino a giugno 2013). La «Tares-servizi», poi, è basata su un dato che molti Comuni ignorano (la superficie catastale), e prevede di girare un miliardo di euro allo Stato lasciando sul territorio solo gli eventuali aumenti. Chi la calcolerà? Chi la riscuoterà? Domande non da poco, a meno di due mesi dal debutto.
FONTE: IL SOLE 24 ORE

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