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TARES: RINVIO A LUGLIO DELLA PRIMA RATA E ALLO STUDIO UNA RIFORMA DEL TRIBUTO.

Dopo l'Imu, un'altro capitolo del Fisco locale entra nel gorgo dei ripensamenti pre-elettorali. Questa volta tocca alla Tares, il tributo che avrebbe dovuto sostituire le vecchie tasse o tariffe sui rifiuti (Tarsu in 6.700 Comuni, Tia negli altri 1.300) e finanziare i «servizi indivisibili» come l'illuminazione pubblica e la manutenzione delle strade.
Ieri il Senato ha approvato lo spostamento a luglio della prima rata, che inizialmente era prevista a gennaio ed era già stata spostata ad aprile dalla legge di stabilità. Il rinvio, introdotto con un emendamento alla legge di conversione del decreto sull'emergenza rifiuti che ha ottenuto un via libera quasi generalizzato (contraria solo l'Idv, astenuti Lega e Radicali) e che ora passa alla Camera, non cambierebbe nulla dal punto di vista del conto finale per il contribuente ma si tratta solo di un primo passo.
L'obiettivo, dichiarato dallo stesso relatore Antonio D'Alì (Pdl), presidente della commissione Ambiente di Palazzo Madama, è quello di dar tempo al futuro Governo di insediarsi e modificare l'intero meccanismo: il nuovo Governo, spiega D'Alì, avrà tempo per «diminuire l'incidenza della Tares sui bilanci familiari, e soprattutto restituirle la sua natura di tariffa contro un servizio corrisposto».
Sulla stessa linea il Pd, che con Simonetta Rubinato arriva a prefigurare un rinvio della Tares «fino al termine della sperimentazione dell'Imu (cioè fino al 2014), perché non si può far pagare ai cittadini due volte gli stessi servizi». Nemmeno le imprese attive nella raccolta e smaltimento rifiuti amano la Tares, perché preferirebbero una tariffa vera e propria, ma con il nuovo rinvio della prima rata Federambiente lancia l'allarme su un rischio default per crisi di liquidità degli operatori.
Con la mossa di ieri, insomma, i partiti si lanciano contro «questa vera e propria patrimoniale» (D'Alì), considerata «un obbrobrio legislativo» (Rubinato), ma la sfida non è semplice. La «Res», il tributo su «rifiuti e servizi», nasce nell'ottobre 2011 con il decreto correttivo bipartisan al federalismo municipale, sul finale del Governo Berlusconi, e sfocia due mesi dopo nella Tares disegnata dal decreto «Salva-Italia» di dicembre, anch'esso bipartisan (ma con il «no» di Lega e Idv).
Scopo di tutto il lavoro era proprio arrivare a una formula corrispettiva, sulla base del principio europeo del «più inquini più paghi» che l'Italia prova ad attuare senza successo fin dal decreto Ronchi del 1997. Nella sua forma finale, la Tares prevede una componente legata alla raccolta e smaltimento rifiuti, che deve pagare integralmente il costo del servizio, e una «maggiorazione» da 30 centesimi al metro quadrato (elevabile a 40 dal Comune) per pagare i «servizi indivisibili». Un meccanismo che rispetto al 2012 impone un rincaro sicuro da almeno un miliardo di euro per la maggiorazione, e che secondo alcune stime (da ultimo la Cgia di Mestre) con gli adeguamenti della parte «rifiuti» presenta un conto aggiuntivo totale da due miliardi.
È proprio quest'ultimo aspetto a essere diventato indigesto ai partiti in vista dell'appuntamento elettorale. Cambiare i conti finali, come accennato, non sarà semplice, ma un primo effetto immediato è sui bilanci delle imprese del settore: «Il rinvio a luglio dell'emissione delle bollette – spiegano da Federambiente – significa incassare a settembre-ottobre, lasciando per 10 mesi le aziende senza le risorse per sostenere i costi di un servizio pubblico essenziale». Una prospettiva che secondo le imprese «rischia di devastare, fino a un possibile default, le nostre condizioni finanziarie già molto precarie».
FONTE: IL SOLE 24 ORE

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