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NOVITÀ NORMATIVE

13 MILIARDI BLOCCATI PER RISPETTARE IL PATTO DI STABILITA'.

Tredici miliardi di euro di risorse per opere pubbliche bloccate nelle casse degli enti locali a causa del Patto di stabilità interno. Di questi, 4,7 miliardi riguardano lavori già eseguiti e fatturati, gli altri 8,6 miliardi nuovi investimenti che potrebbero partire immediatamente ma che, in mancanza di un ammorbidimento dei vincoli di finanza pubblica, resteranno in stand-by.
Questi numeri allarmanti sono contenuti in un paper curato dalla Direzione affari economici e centro studi dell'Ance, che ieri è stato presentato ufficialmente alla presenza del premier uscente Mario Monti.
I costruttori hanno provato a misurare gli effetti negativi sulla tempestività dei pagamenti e sulla capacità di investimento della p.a. locale prodotti dal Patto. Esso, sottolinea lo studio, rappresenta il principale freno alla spesa, determinando un duplice, paradossale effetto: l'accumulo, allo stesso tempo, di ingenti residui passivi (ovvero di debiti) e di cospicue giacenze di cassa che restano inutilizzate.
Parte di queste risorse, come detto, riguarda fatture già emesse, che, anziché essere onorate, rimangono ferme nelle ragionerie. Per quantificarle, l'Ance ha messo in colonna le richieste presentate lo scorso anno da sindaci e presidenti di provincia ai fini dell'applicazione del cosiddetto Patto regionale verticale. Dall'analisi dei dati relativi alle 16 regioni in cui tale meccanismo (che consente ai governatori di autorizzare maggiori pagamenti in conto capitale da parte degli enti locali del proprio territorio) è stato applicato, emerge che, a fine 2012, province e comuni hanno certificato la disponibilità di 4,3 miliardi di euro pronta cassa ma congelate dal Patto.
A questa somma va aggiunto l'importo delle altre quattro regioni e principalmente quello della Sicilia, che secondo le stime della stessa Ance, risulta pari a circa 409 milioni di euro. Tra le singole realtà regionali, spiccano anche le cifre della Lombardia (670 milioni di euro), del Piemonte (617 milioni) e del Lazio (439 milioni), ma la problematica è generalizzata (si veda la tabella in pagina).
In totale si arriva a 4,7 miliardi di euro, soldi che potrebbero essere immediatamente immessi nel circuito economico, ma che il Patto obbliga a tenere chiuse in cassaforte (o meglio parcheggiate sui conti della tesoreria statale).
Ovviamente, si tratta solo della punta dell'iceberg, dal momento che i debiti complessivi della p.a. nei confronti delle imprese oscillano fra i 70 e i 100 miliardi di euro. Nello specifico settore dei lavori pubblici, sottolinea l'Ance, la dimensione del fenomeno ha raggiunto ormai i 19 miliardi di euro ed è in costante crescita. Di conseguenza, aumentano anche i tempi di pagamento: in media, le imprese che realizzano lavori pubblici sono pagate dopo otto mesi, ma le punte di ritardo superano ampiamente i due anni.
A pesare, oltre ai vincoli del Patto, sono anche le crescenti difficoltà di cassa degli enti locali, sempre più a corto di ossigeno dopo i ripetuti tagli imposti dalle ultime manovre finanziarie. Tuttavia, secondo l'Ance, vi sarebbero almeno altri 8,6 miliardi di euro che, in assenza del Patto, potrebbero essere destinati a nuovi investimenti (si veda l'altra tabella in pagina). Queste risorse, assieme ai 30 miliardi del Cipe, secondo l'Ance potrebbero generare oltre 660 mila posti di lavoro e avere una ricaduta complessiva sul sistema economico per circa 130 miliardi.
«Un miliardo investito in edilizia genera 17 mila posti di lavoro e attiva un giro di affari per circa 3 miliardi e mezzo», calcola l'Ance. Negli ultimi cinque anni, osserva ancora l'Associazione, sono stati annunciati sblocchi di risorse per l'edilizia e le infrastrutture da parte del Cipe per circa 200 miliardi di euro. «Meno del 10% di questi si sono veramente trasformati in cantieri».
Per favorire lo sblocco delle risorse già disponibili per pagare le imprese e consentire l'avvio dei nuovi investimenti appare quindi urgente, conclude l'Ance, rivedere le regole del Patto, introducendo una «golden rule» a favore delle spese in conto capitale.
Contestualmente, occorre definire un piano effettivo di pagamento dei debiti pregressi, da concordare con l'Unione europea come misura una tantum, in modo che non incida sul pareggio di bilancio strutturale definito dal cosiddetto «Fiscal compact», per porre fine a quella finzione contabile che, occultando debiti finanziari sotto forma di debiti commerciali, fa saltare le imprese.
Nell'incontro si è anche parlato di Imu sull'invenduto, una misura che i costruttori ritengono eccessivamente penalizzante per il comparto. Monti non ha fatto promesse, ma ha rimandato la questione alla prossima legislatura per «verificare con i comuni se non si possano creare spazi di manovra».
FONTE: ITALIA OGGI

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