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NOVITÀ NORMATIVE

RICORSO ALLA CORTE COSTITUZIONALE SUI SERVIZI LOCALI

Fosse solo un ritardo"elettorale", la riforma dei servizi pubblici locali potrebbe ripartire la prossima settimana libera da impicci. Dietro alla lentezza del regolamento attuativo, che avrebbe dovuto vedere la luce entro fine 2009, ci sono però nodi più sostanziali. Tanto che nelle settimane scorse sette regioni (Piemonte, Liguria, Emilia Romagna, Toscana, Marche, Umbria e Puglia) hanno presentato ricorso alla Corte costituzionale. Nel mirino dei sette governatori (tutti di centro-sinistra, ma il dato è ovvio) c'è il pilastro della liberalizzazione, cioè la parte (articolo 15, comma 1 del Dl 135/2009) che prevede l'apertura al mercato come «via ordinaria» alla gestione del servizio e relega l'in house a una funzione «residuale». Appunti più specifici si concentrano poi sul servizio idrico.
Al centro delle contestazioni, con una successione logica che si ritrova inalterata in tutti i ricorsi, c'è la possibilità per il governo di intervenire direttamente sulle gestioni locali.
L'invasione di campo si verificherebbe proprio nella scelta di fondo, cioè la distinzione fra la via ordinaria dell'apertura al mercato (nelle forme dell'affidamento al privato o delle gare per la scelta del socio operativo) e quella «in deroga» dell'in house. «La materia dei servizi pubblici
- si legge per esempio nel ricorso della Toscana pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 3 marzo
- rientra nella potestà legislativa esclusiva delle regioni» in virtù dell'articolo 117, comma 4 della Costituzione. In questo quadro, i poteri centrali sono limitati alla tutela della concorrenza, ma non sarebbe questo il caso. Il richiamo, anch'esso comune a molti dei ricorsi, è alla giurisprudenza Uè e in particolare al principio stabilito con la storica sentenza Teckal (causa C-107/98): in quella pronuncia la Corte Ue ha aperto all'in house quando l'ente esercita sul soggetto affidatario un «controllo analogo» a quello che ha sui propri servizi, portando quindi l'in house fuori dai confini del mercato. Se l'in house è fuori dal mercato, argomentano le regioni,non ci può essere alterazione della concorrenza, e intervento dello Stato.
L'apertura al mercato solleva problemi ulteriori sul servizio pubblico. A sostenerli è soprattutto il ricorso pugliese, che parte proprio dal richiamo all'«esclusiva proprietà pubblica» dell'acqua previsto dalla riforma per affermare che l'estensione della liberalizzazione al servizio idrico tradurrebbe quel principio a «mero orpello retorico». Su un terreno più giuridico, il ricorso riconosce che il servizio idrico non è citato nell'elenco delle materie di competenza concorrente stilato dall'articolo 117, comma 3 della Costituzione, ma ne rientrerebbe comunque in via implicita in quanto la sua gestione è connessa «all'alimentazione e alla tutela della salute»: argomenti, sostiene la regione, in cui «non esiste un mercato concorrenziale», e il ruolo riservato dal titolo V alle regioni «si espande in tutte le sue potenzialità».
FONTE: IL SOLE 24 ORE

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