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NOVITÀ NORMATIVE

PAGA LE SPESE PROCESSUALI CHI RIFIUTA LA CONCILIAZIONE

Paga le spese processuali anche chi ha rifiutato la proposta di conciliazione. Viene frenata la compensazione delle spese sinora tanto gettonata. La si legittima per il futuro solo se sussistono gravi ed eccezionali ragioni da indicarsi in sentenza. Chi resiste in giudizio e perde, oltre alle spese processuali solite, può essere chiamato dal giudice, anche d'ufficio, a pagare all'altra parte una somma equitativamente determinata. Se viene rilevata d'ufficio una questione posta a fondamento della decisione, si deve assegnare alla parte un termine per depositare memorie illustrative tese a confutare tale innesto aggiuntivo. È concessa la possibilità di essere rimessi nei termini processuali al verificarsi di decadenze non imputabili alla parte. Viene ridotto altresì il termine lungo per proporre appello: da un anno si passa a sei mesi per gli appelli afferenti i ricorsi instaurati dopo il 4 luglio 2009.
Sono queste le novità, tra le altre, che sono state oggetto di una disamina succinta dall'Agenzia delle entrate - Direzione centrale affari legali e contenzioso - con la circolare n. 17/E del 31 marzo 2010 siccome poi riassunta nella parte normativa dall'allegato quadro di sintesi. In verità si tratta di innovare il mutato scenario intervenuto a modificare alcuni aspetti generali del codice di procedura civile in virtù della legge n. 69 de18 giugno 2009 i quali, con i distinguo che si vedranno, trovano collocazione anche nel processo tributario di cui al d.lgs. n. 546 del 1992. Che ci sia da operare un doveroso assemblamento tra la citata legge n. 69 del 2009 ed il decreto afferente al processo tributario è facilmente rinvenibile nel comma 2 dell'art. 1 de provvedimento del 1992 laddove si specifica che i giudici tributari applicano, in primis, le norme ivi contenute e, «per quanto da esse non disposto e con esse compatibili, le norme del codice di procedura civile». Ecco perché la circolare in commento e il suo allegato si preoccupano di effettuare dei distinguo in esito alle singole disposizioni novellata che rileva o meno nel processo tributario.
La decorrenza. Le novità si applicano, come recita il comma 1 dell'art. 58 della legge n. 69 del 2009 ai giudizi instaurati in primo grado dopo la data della sua entrata in vigore che viene fissata al 4 luglio 2009. Ecco che allora è necessario verificare puntualmente quando, secondo le regole del processo tributario, può dirsi verificato tale evento. L'instaurazione quindi del ricorso tributario. Sul punto soccorre il comma 1 dell'art. 18 del d.lgs. n. 546 de 1992 nel quale si evince che il ricorso è introdotto con ricorso alla commissione tributaria provinciale. E tale ricorso si propone mediante notifica (comma 1 dell'art. 20 del decreto del 1992) da effettuarsi, ai sensi del successivo art. 21, a pena di inammissibilità, entro sessanta giorni dalla data di ricezione dell'atto impugnato.
Cosicché dunque può dirsi instaurato il giudizio quando viene effettuata la notifica all'ufficio non potendosi fare riferimento alla successiva data del deposito del ricorso stesso presso la segreteria della commissione tributaria provinciale.
Le spese processuali. In caso di accoglimento della domanda in misura non superiore all'eventuale proposta conciliativa rifiutata senza giustificato motivo, il giudice condanna alle spese del processo la parte che ha opposto tale rifiuto. Certo, si tratterà di misurare quando può dirsi sussistente o meno un giustificato motivo ma resta pur sempre il fatto che, come ricorda il punto 2.7. della circolare, laddove si sia verificato il rifiuto alla proposta di conciliazione anche avanzata dal giudice, gli uffici avranno cura di avanzare la richiesta di condanna subordinandola alla circostanza che la Commissione tributaria decida in senso conforme alla proposta ovvero in termini ancora più favorevoli all'ufficio. Certo, non sarà facile muoversi attorno a tali espressioni anche perché di conciliazioni giudiziali, specialmente se esperite dopo una infruttuosa istanza di accertamento con adesione, se ne sono viste proprio poche.
Per la compensazioni delle spese, tanto amata dai giudici tributari, si cambia. Non più «giusti motivi» bensì la concorrenza di altre gravi ed eccezionali ragioni da indicarsi esplicitamente nella motivazione. Solo queste possono avallare la compensazione. C'è poi la «chicca» legata alla necessità di riconoscere il pagamento di una somma di denaro al verificarsi di determinate evenienze in aggiunta alle ordinarie spese processuali. Come si sa chi dovesse intraprendere una lite temeraria deve sapere a cosa va incontro. La parte soccombente che ha agito (il contribuente-ricorrente) o resistito in giudizio (l'ufficio finanziario) con mala o colpa grave deve risarcire il danno (primo comma dell'art. 96 c.p.c.). Ora, con l'aggiunta del terzo comma si prevede pure che «in ogni caso» il giudice, d'ufficio, oltre alle ordinarie spese processuali, potrebbe condannare la parte soccombente al pagamento, a favore della controparte, di una somma equitativamente determinata . La circolare al punto 2..9, è laconica: sui limita a dire che non occorre né l'istanza di parte né l'esatta quantificazione di un danno. Basta dunque che si proceda secondo equità e addirittura, si potrebbe sostenere, senza che esista un agire o un resistere in giudizio con mala fede o colpa grave.
Questioni sollevate d'ufficio e contraddittorio. La modifica riguarda l'art. 101 del c.p.c. applicabile anche al processo tributario. Si dice ora che, se il giudice dovesse ritenere di porre a fondamento della decisione un questione dallo stesso rilevata, si deve riservare in quanto è obbligato ad assegnare alle parti, a pena di nullità, un termine, non inferiore a venti e non superiore a quaranta giorni, entro il quale si possono depositare memorie contenenti osservazioni sulla medesima questione. Si pensi al micidiale abuso di diritto che oramai sta lastricando le tortuose strade difensive del contribuente: esso vien sollevato anche nel corso del giudizio anche se l'atto impugnato non ne parla. Ecco allora che tale accorgimento processuale ben potrebbe essere utilizzato, non si sa con quale utilità, per cercare di difendersi contro tale abuso dell'abuso.
La rimessione nei termini perentori. Tale possibilità era contenuta nell'art. 184-bis c.p.c. ora abrogato dal terzo comma dell'art. 46 della legge n. 69 del 2009. In esso si dispiegava quanto segue: la parte che dimostra di essere incorsa in decadenze per causa ad essa non imputabile può chiedere al giudice istruttore di essere rimessa in termini. La giurisprudenza di legittimità ha sempre escluso tale istituto nel processo tributario in quanto inserito in una parte speciale. Con il travaso del medesimo concetto nel coma 2 dell'art. 153 c.p.c. tale possibilità assume carattere generale e, quindi, può ritornare applicabile anche al momento della instaurazione del processo tributari la cui notifica risulti avvenuta all'ufficio il 4 luglio 2009. Certo, sarà necessario tratteggiare quali potrebbero essere le cause che hanno impedito il rispetto dei termini perentori ma si tratta di esaminare questioni di merito più disparate in quanto del tutto slegate dalla volontà dell'agente.
Il termine lungo si accorcia. Sempre in riferimento ai ricorsi instaurati mediante notifica all'ufficio dopo il 4 luglio o, meglio, agli appelli ad essi riferentisi, il termine lungo previsto dall'art. 327 c.p.c. nel caso in cui nessuna della parti dovesse provvedere alla notificazione o spedizione della sentenza alla luce della novità contenuta nel decreto incentivi passerà da un anno a sei mesi. L'attenzione deve essere dunque massima giacché ci si è abituati, in assenza di regolare comunicazione, ad aspettare e un anno e 46 giorni.
FONTE: ITALIA OGGI

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