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NOVITÀ NORMATIVE

APPLICARE L'IVA SULLA TIA PUO' GENERARE CONTENZIOSO

La scelta di continuare ad applicare l'Iva sulla Tia non è esente da rischi di soccombenza processuale. Di certo, non sussiste il timore dell'irrogazione delle sanzioni da parte dell'Amministrazione finanziaria.
Vi sono infatti ragioni più che sufficienti per invocare la causa di esimente di cui all'articolo 10, legge n. 212 del 2000, sotto il profilo della obiettiva incertezza sull'interpretazione delle disposizioni tributarie. La medesima esimente è eccepibile anche da parte dei soggetti che escludono l'Iva dalla Tia. Il punto è che la giurisprudenza potrebbe non condividere un comportamento di assoluta continuità con il passato, come se la sentenza n. 238/09 della Consulta non ci fosse mai stata.
Le ragioni su cui poggia la tesi di chi sostiene la necessità di proseguire nell'applicazione dell'Iva sono due: la prassi delle Entrate e l'articolo 6, della legge n. 133 del '99.
Cominciamo dalla prima.
A ben vedere, tutti i documenti dell'Agenzia sono fondati sulla supposta natura patrimoniale della Tia. Argomentano pertanto le Finanze che poiché la Tia è un corrispettivo per il servizio, la stessa è soggetta a Iva. I medesimi documenti precisano però che in presenza di un'entrata tributaria, l'Iva non è dovuta per difetto del presupposto oggettivo.
Una tassa, per definizione, non è mai corrispettiva di un servizio, poiché esse è dovuta in base a legge e non in base a contratto. Ne deriva che il comportamento più rispettoso delle istruzioni dell'Amministrazione finanziaria è proprio quello di escludere l'Iva, di fronte ad un prelievo di accertata natura tributaria. Tanto, a meno che non si voglia sostenere che, ai fini della qualificazione di una entrata, il pensiero dell'Agenzia valga di più di una sentenza della Corte costituzionale.
Neppure il richiamo all'articolo 6, della legge n. 133/99 sembra decisivo. La norma si limita a prevedere che sulle somme incassate dai comuni a fronte del servizio di gestione dei rifiuti urbani espletato sino al 1998 non si applica l'Iva, "anche" se il comune ha istituito la Tia. Nulla viene precisato su cosa accade per le somme relative a servizi prestati dal 1° gennaio 1999. Correttamente, la Consulta ha osservato come tale disposizione non fosse risolutiva, a cospetto di un prelievo che difetta del presupposto oggettivo dell'Iva.
D'altro canto, se si ritiene che l'articolo 6 sia sufficiente, da solo, a giustificare la soggezione a Iva della Tia, dovrebbe coerentemente concludersi che l'Iva è dovuta anche sulla Tarsu. L'articolo 6 infatti non distingue a seconda della tipologia di prelievo.
Viene altresì evidenziato che la sentenza n. 238 della Consulta è di mero rigetto e come tale non vincola i giudici. Si tratta di una constatazione che al più si risolve nell'ipotizzare scenari di contrasto con la Cassazione. Tali scenari appaiono tuttavia improbabili, poiché in seno alla Cassazione non si è mai consolidato un orientamento contrario alla natura tributaria della Tia. Ad ogni modo, sino a quando tale scenario non si realizza, la sentenza n. 238 rimane l'unico punto di riferimento per gli operatori.
Inoltre, l'articolo 13, del Dpr n. 633/72, è chiaro nel prescrivere la presenza di un corrispettivo di natura contrattuale ai fini dell'imposizione dell'Iva. Nei confronti dei soggetti che escludono l'Iva dalla Tia, l'Agenzia non ha quindi il potere di contestare un comportamento conforme alla normativa interna. Questo non vale per i soggetti che applicano l'Iva, salvo il diritto di questi di chiedere un intervento della Corte di Giustizia.
In questa situazione di diffusa incertezza, sorprende non poco il silenzio delle Entrate. La Tia riguarda milioni di cittadini. Non è quindi tollerabile che si assista ad una sorta di "far west", in cui ognuno si fa giustizia da sé.
FONTE: IL SOLE 24 ORE

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