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NOVITÀ NORMATIVE

TROPPE INCOGNITE SUI BILANCI 2013.

Per i sindaci, questo 2013 è l'anno dei record. Record di incognite che pesano sui bilanci, e anche record di durata dell'incertezza, che ancora a metà luglio impedisce ai Comuni di conoscere i fondamentali delle entrate e dei tagli chiesti dalle manovre di finanza pubblica. Intanto, metà anno abbondante se n'è andata, la regola dei dodicesimi che guida la gestione delle amministrazioni quando i preventivi sono in ritardo può aver portato a spendere un buon 60-70% della provvista (anche perché le risorse si riducono rispetto al 2012) e Imu, Tares, spending review e Patto di stabilità restano illustri sconosciuti.
Un problema da contabili e da assessori al bilancio? Non proprio, come insegna la storia recentissima: l'anno scorso, mentre le stime dell'Economia sul gettito Imu, e di conseguenza sui tagli compensativi da assestare a ogni Comune, si sono messe a ballare con un ritmo indiavolato che ha visto cambiare i numeri di riferimento fino a ottobre inoltrato, i sindaci hanno agito pesantemente sulle aliquote per cercare di far quadrare i conti e mettersi al riparo dalle sorprese in arrivo da Roma. A conti fatti, l'anno scorso il «costo fiscale dell'incertezza» ha pesato sui cittadini per circa due miliardi di euro: per il 2013 si può parlare di «costo fiscale del caos», e i calcoli sono ancora tutti da fare.
Anche perché fra le caselle mancanti nel sudoku dei bilanci ci sono dei pesi massimi dal punto di vista economico. Il primo è quello rappresentato dalla spending review: per il 2013 il decreto Monti di 12 mesi fa assesta ai Comuni un taglio da 2,25 miliardi di euro (più di 5 volte rispetto alla sforbiciata dell'anno scorso), ma nessuno ha idea di come distribuire i sacrifici. Il decreto di Economia e Viminale, che misura il taglio in base ai «consumi intermedi» (teoricamente le spese di funzionamento) registrati nel 2011 in ogni ente, per legge sarebbe dovuto arrivare entro il 15 febbraio, ma nessuno l'ha visto.
Nel frattempo, la legge di conversione dello «sblocca-debiti» è intervenuta nel tentativo di migliorare la regola, e ha chiesto di fondare i calcoli sulle spese medie 2010-2012 anziché sul solo 2011 per cercare di attenutare gli effetti dei picchi di spesa che, soprattutto nei Comuni medio-piccoli, possono dipendere da un'infinità di variabili e portare quindi a una distribuzione piuttosto casuale dei sacrifici. Il decreto attuativo avrebbe dovuto vedere la luce entro fine giugno, ma anche questo termine è passato invano: il ministero dell'Economia si è affrettato a trasmettere ai Comuni le stime degli effetti, per aiutarli ad aprire squarci di luce nel buio pesto dei conti, ma di atti ufficiali non c'è traccia.
A ricordare quanto sia accidentato il terreno, e forse a spiegare anche la latitanza dei decreti, è intervenuto poi la scorsa settimana il Tar del Lazio, che ha bocciato il Dm con i tagli 2012 alla Provincia di Genova perché i calcoli si sono basati non solo sulle spese di funzionamento, ma anche su quelle per servizi: un vizio, questo, che naturalmente non riguarda solo Genova e non interessa solo le Province, perché esattamente lo stesso metodo a rischio dovrebbe presiedere all'assegnazione dei tagli da 2,25 miliardi a tutti i Comuni. Un bel problema.
Ma il caos delle regole sui conti locali è un domino, in cui ogni tessera ne fa cadere un'altra. Se non si conoscono i tagli non si riescono nemmeno ad assegnare le risorse del Fondo di «solidarietà comunale», che dovrebbe intervenire per dare una mano ai Comuni dove il Fisco locale è meno ricco perché le basi imponibili sono più leggere. Il Fondo di solidarietà, a sua volta, è alimentato dall'Imu, cioè proprio dall'imposta protagonista della «riforma complessiva» del Fisco immobiliare che il Dl 54/2013 ha messo in programma entro il 31 di agosto. Ancora una volta, se cade la prima tessera crolla la seconda, e così a seguire.
Ma non è tutto. La stessa riforma dovrebbe ridisegnare la Tares, che nel frattempo tutti i Comuni stanno cominciando ad applicare (come mostra l'inchiesta nelle due pagine precedenti) e che, con il suo metodo di calcolo e l'obbligo di coprire integralmente il servizio, distribuisce aumenti di imposta soprattutto nei 6.700 Comuni (oltre l'80% del totale) che fino al 2012 applicavano la vecchia Tarsu. Anche in questo caso, una riforma in pieno agosto rischia di arrivare quando la macchina è troppo lanciata per essere fermata.
In un quadro come questo, la sola ipotesi di programmare una politica fiscale, o anche qualche investimento, diventa utopica, e anche le regole scritte con l'intento di dare qualche chance in più ai Comuni meglio amministrati cadono nel vuoto: basta pensare alla lotteria dei «virtuosi», che dovrebbero essere esclusi dal Patto di stabilità per quest'anno. La legge di stabilità ha chiesto di "correggere" la virtù dei conti in base anche alle rendite catastali e al tasso di occupati nel Comune, non si capisce se per aiutare i territori più poveri o punire le amministrazioni che non avrebbero saputo creare le condizioni per mantenere vivo il tessuto produttivo: nell'attesa di deciderlo, il tempo passa, e il decreto arriverà troppo tardi per avere effetti reali.
FONTE: IL SOLE 24 ORE

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