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NOVITÀ NORMATIVE

SERVIZI PUBBLICI: ESTENSIONE DEL PATTO ALLE SOCIETA'.

È in arrivo il Patto di stabilità per le società degli enti locali? Dopo la sentenza della Corte Costituzionale 46/2013, la forma non potrà essere il decreto previsto dall'articolo 18 del DL 112/2008, ma è ormai partita la consultazione con i rappresentanti delle istituzioni interessate ed un primo testo è stato ufficialmente divulgato.
La bozza si basa su alcuni principi cardine. Il primo è che il Patto si applica alle società interamente pubbliche che godano di affidamenti diretti e alle aziende speciali. Il secondo è che i parametri sono due: uno di conto economico (utile o perdita lorda) e uno patrimoniale (debiti su patrimonio netto), correttamente differenziato in ragione dei settori in cui operano le aziende. Le sanzioni spettano non solo alle società ma anche agli enti locali che ne detengono le quote.
La scelta di applicare il Patto alle società interamente pubbliche risponde a un criterio pratico, e si può quindi condividere. Il tema è semmai quello delle sanzioni che si comminano ai soci e che arrivano perfino a vietare l'assunzione di nuovi mutui anche agli enti locali. Un'attenuazione di questo principio si rende perciò necessaria, "punendo" chi esercita un controllo, anche se solo congiunto, e non il semplice azionista.
I parametri, invece, vanno migliorati. Il saldo economico non può essere rappresentato dall'utile al lordo delle imposte. Le imposte ci devono rientrare, perché sono una componente di costo a tutti gli effetti, mentre ne devono essere escluse le componenti non finanziarie. Il rischio, altrimenti, è vedere ridotti gli ammortamenti e, con loro, le capacità di autofinanziamento delle imprese, con un effetto negativo sul debito. Ancora, questi parametri non riescono a colpire le patologie, ovvero le aziende create proprio per eludere il Patto, come le patrimoniali. Per individuarle occorre introdurre un indicatore del tipo «oneri finanziari su fatturato» (visto che spesso il loro fatturato è più o meno pari alle rate dei mutui che devono onorare). Il rapporto debiti su patrimonio netto non le intercetta. Ancora, se si vuole davvero incoraggiare i Comuni a capitalizzare le proprie società occorre non solo dare loro il tempo sufficiente ma, soprattutto, evitare facili elusioni: occorre prevedere, in altre parole, che gli aumenti di capitale non siano rappresentati da conferimenti in natura (spesso inutili) ma da vere risorse finanziarie.
In merito alle sanzioni, infine, si apprezza l'idea di colpire sia le società, sia i Comuni (salvo quanto detto prima). Alcune, però, sono da ripensare. Ha senso prevedere la riduzione dei compensi del cda se l'azienda non è adeguatamente capitalizzata? Gli amministratori devono rispondere dei risultati, ma non di quanto dipende dalle decisioni dei soci. E perché mai, se l'azienda è sottocapitalizzata, vietare l'incremento dei costi operativi?
In ogni caso la bozza è, nel suo complesso, condivisibile. Sarebbe opportuno, però, cogliere l'occasione per ripensare i vincoli che si vanno imponendo alle società: se l'azienda rispetta i parametri di Patto perché mai imporle anche limiti alle assunzioni ed altri vincoli assunzionali? Si approfitti della consultazione e del percorso parlamentare che dovrà avere questa norma per riflettere sul tema nel suo complesso, così da contemperare le esigenze di finanza pubblica con quelle di concreta operatività delle imprese che, prima di tutto, devono erogare servizi pubblici.
FONTE: IL SOLE 24 ORE

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