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NOVITÀ NORMATIVE

RIFIUTI: QUALE FORMA DI PRELIEVO?

In 13 anni si possono creare imperi sconfinati (lo fece Alessandro Magno), costruire dighe immense (la più grande del mondo, quella delle Tre gole, in Cina) o realizzare il museo più famoso del mondo (il Louvre), ma a quanto pare non è possibile attuare la riforma della tassa rifiuti. Non che sia mancato l'impegno: tra leggi istitutive, decreti attuativi, proroghe e correttivi, i rifiuti sono una presenza costante nella nostra Gazzetta ufficiale, e un argomento abituale per giudici amministrativi, tributari e costituzionali.
Uno sforzo imponente almeno quanto la confusione che ha prodotto. Oggi per pagare lo smaltimento dei rifiuti ci sono tre sistemi, ma nessuno sta in piedi: alla tassa (Tarsu) rischiano di mancare i punti d'appoggio, perché a forza di riforme sono state abrogate tutte le norme di riferimento; la prima tariffa è stata bocciata l'anno scorso dalla Corte costituzionale, e la tariffa riformata aspetta ancora i regolamenti attuativi. Li aspetta da quattro anni, un'inezia per i tempi biblici della legislazione sui rifiuti.
La storia della grande incompiuta nasce appunto 13 anni fa, quando il decreto Ronchi (il numero 22 di quell'anno) si illude di ritirare in soffitta la tassa (nata solo quattro anni prima) per sostituirla con una tariffa. Non è solo una questione di nome, ma una felice (sulla carta) intuizione ambientale, che vuole rendere le richieste proporzionali all'"impatto ambientale" di ogni contribuente; secondo il principio del «chi inquina paga», che l'Europa non si stanca di indicarci e il nostro paese non smette di violare.
La tassa si basa, infatti, su un meccanismo rigido, che moltiplica un'aliquota per la superficie dell'abitazione (o del negozio, o dell'impresa) del contribuente, disinteressandosi della quantità e della qualità dei rifiuti effettivamente prodotti.
La tariffa propone un sistema più raffinato, fondato su una parte fissa che serve a pagare i costi indifferenziati (per esempio gli investimenti per le discariche, l'ammortamento delle macchine e le spese per lo spazzamento) e una variabile che dipende dalla quantità dei rifiuti prodotti da ogni utente. Un sistema che alla prova dei fatti si è rivelato troppo raffinato, se 13 anni dopo siamo ancora qui a parlarne.
A volerli vedere, fin dall'inizio non mancavano i segni che questa sarebbe stata una storia travagliata. Prima di arrivare alla Gazzetta ufficiale, il decreto Ronchi ha dovuto provare quattro versioni (a luglio, settembre e dicembre del 1996, prima di quella definitiva del gennaio 1997), e sostare parecchie settimane al Quirinale, allora abitato da Oscar Luigi Scalfaro, per un esame ai raggi X.
I passi successivi, comunque, si sono incaricati di dimostrare che i problemi dell'esordio erano minuzie, visto che in 13 anni nemmeno 1.200 comuni, in cui abitano circa 16 milioni di italiani, se la sono sentita di abbandonare la sicurezza tradizionale della tassa per esplorare le gioie inedite della tariffa, che rimane ancora praticamente sconosciuta al Sud dove interessa meno del 7% della popolazione.
Nel gruppone degli innovatori ci sono molti comuni grandi e medi, soprattutto al Nord, ma non è una regola generale: a Milano, per esempio, c'è ancora la Tarsu.
A complicare il passaggio è stato soprattutto il fatto che la tariffa richiede la copertura integrale dei costi, che con la tassa si perdono nel gioco del dare e avere dei conti comunali, e quindi di solito si traduce in un'iniziale (e impopolare) moltiplicazione delle richieste a famiglie e imprese. Da qui la pioggia di proroghe, che ogni anno ha spostato in avanti l'obbligo di abbracciare la tariffa, con una costanza dilatoria conosciuta solo dai finanziamenti per i terremotati del Belice o dalle agevolazioni per la piccola proprietà contadina.
A luglio dell'anno scorso, però, è arrivata la bordata della Corte costituzionale, che nella sentenza 238/2009 ha sancito nel modo più brusco l'inutilità di tanto lavorìo. Poche storie, hanno scritto i giudici costituzionali, nonostante la distinzione fra parte fissa e variabile la tariffa non è direttamente proporzionale al servizio erogato per cui il «prelievo presenta tutte le caratteristiche del tributo».
Insomma, è cambiato il nome ma siamo ancora fermi alla vecchia tassa, con tanti saluti ai principi attuali del fisco ambientale e al principio europeo del «chi inquina paga».
Non che il problema fosse ignoto al legislatore, che, infatti, nel 2006 ha rimesso mano al sistema scrivendo nel nuovo codice dell'ambiente una tariffa ben più evoluta, che promette di misurare niente di meno che «le quantità e qualità medie ordinarie di rifiuti prodotti per unità di superficie, in relazione agli usi e alla tipologia di attività svolte».
Per ora, naturalmente, si tratta solo di una promessa, perché il regolamento «da emanarsi entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della parte quarta del presente decreto» non è ancora stato scritto, ed è entrato nella giostra delle proroghe. Nell'attesa del nuovo regolamento, era stata congelata la stessa possibilità per i comuni ancora invischiati nella tassa di passare alla tariffa, fino a che lo stesso legislatore si è stufato e nell'ultimo milleproroghe ha detto ai sindaci che dal 30 giugno prossimo avrebbero potuto comunque passare a tariffa, anche senza il nuovo regolamento. Possibilità puramente teorica, è ovvio, anche perché nel frattempo la tariffa ha offerto problemi ben più urgenti.
Se, infatti, la tariffa è un tributo, come ha sancito la Corte costituzionale, l'Iva pagata fino a oggi sulla Tia è illegittima, perché non è possibile caricare un'imposta su una tassa. Il ragionamento è lineare, e infatti non ha avuto molto seguito nella pratica; le commissioni tributarie si sono divise fra detrattori e sostenitori dell'Iva, e le aziende hanno in maggioranza seguito questi ultimi. Nel dibattito è intervenuta, dopo lunga esitazione, l'agenzia delle Entrate, che giovedì ha negato definitivamente l'Iva alla tariffa.
Partita chiusa? Certo che no, anche perché la bocciatura dell'Iva apre la porta a una catena di rimborsi che secondo le stime dei comuni vale almeno un miliardo di euro, difficile da trovare nelle pieghe di un bilancio statale in dieta rigida. Sulle contromisure, le proposte si sprecano ma le soluzioni latitano e in parlamento c'è anche chi pensa al colpo di genio: stabilire per legge che la tariffa rifiuti è un «corrispettivo», e quindi è gravata dall'Iva, senza cambiarla di una virgola rispetto a quella che per i giudici delle leggi è un «tributo», senza Iva. Perché anche l'ostacolo insuperabile può sempre essere aggirato.
FONTE: IL SOLE 24 ORE

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