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NOVITÀ NORMATIVE

TASI : SCONTI PRIMA CASA DECISI IN AUTONOMIA DA OGNI COMUNE.

L'Imu lascia in eredità alla Tasi un pacchetto di sconti sulla prima casa. Detrazioni maggiorate e riduzioni d'aliquota che i Comuni hanno messo a punto nel 2012 – quando l'abitazione principale era pienamente tassata – e che potrebbero ispirare le agevolazioni sulla nuova service tax.
La possibilità di aumentare l'aliquota Tasi sulla prima casa dal 2,5 al 3,3 per mille è stata introdotta dal Governo venerdì scorso proprio per permettere ai sindaci di finanziare gli sconti. Anche perché il nuovo tributo non ha alcuna detrazione fissa, diversamente dall'Imu, e senza correttivi rischia di addossare i maggiori rincari su chi abita in case dal valore catastale più modesto. Per dirla con le parole del sottosegretario a Palazzo Chigi, Graziano Delrio, «la Tasi è una tassa municipale che andrà regolata dai sindaci, che saranno in grado di renderla più equa e flessibile, come è giusto che sia».
Le due opzioni
Nell'impianto messo a punto dal Governo, i Comuni potranno introdurre delle detrazioni, ma anche «altre misure». Una formulazione molto ampia, che andrà riempita di contenuto anche secondo le indicazioni del dipartimento delle Finanze. Per adesso si può immaginare che le delibere locali avranno due leve da azionare: da un lato, le detrazioni, cioè le classiche riduzioni dell'imposta; dall'altro, le aliquote, che potrebbero essere diminuite o aumentate. E qui entra in gioco l'eredità dell'Imu, che offre un campionario di situazioni soggettive e oggettive a cui legare le agevolazioni.
Diversi Comuni capoluogo nel 2012 hanno differenziato il prelievo sull'abitazione principale in base alla categoria catastale del fabbricato. Un'opzione che resta valida, almeno in parte, anche nel 2014: è vero che le prime case di lusso (categorie A/1, A/8 e A/9) pagano ancora l'Imu, ma molte città avevano modulato la tassazione anche in base ad altre categorie. Per esempio la A/7, in cui ricadono più di 2 milioni di «villini».
Nella maggior parte dei casi, però, le delibere Imu hanno guardato al proprietario, non all'immobile. Considerando, innanzitutto, il reddito del possessore o l'indicatore Isee della famiglia che vive nell'abitazione.
Ancora più numerose, poi, sono le città che hanno previsto sconti suppelementari alle famiglie in cui ci sono disabili, portatori di handicap o magari minori in affido. E questo, spesso, anche a prescindere dal reddito. Meno frequenti, invece, i Comuni che hanno riservato le agevolazioni a chi ha perso il lavoro, a chi si è appena trasferito in città o alle coppie di giovani o anziani con un reddito sotto una certa soglia.
Guardare alla situazione soggettiva del proprietario ha un vantaggio: attenua le iniquità delle rendite catastali, anche se non bisogna dimenticare – per le città in cui si utilizza l'Isee – che l'indicatore conteggia anche il valore catastale dei fabbricati. D'altra parte, il riferimento al reddito imponibile rischia di premiare, insieme ai poveri, anche gli evasori fiscali. Si spiega anche così il tentativo dei Comuni di bilanciare fattori diversi, anche a costo di complicare la vita ai contribuenti.
Il nodo delle risorse
Resta un dato di fondo: le agevolazioni Imu sono state introdotte da una minoranza di Comuni in un momento in cui tutte le prime case avevano per legge 200 euro di sconto base, aumentato di 50 euro per ogni figlio fino a 26 anni di età. È probabile che il primo obiettivo dei sindaci alle prese con la Tasi sia proprio quello di ripristinare una sorta di detrazione universale – magari potenziata per le famiglie numerose – che avrebbe l'effetto di attenuare il prelievo sulle case di minor valore catastale e di essere semplice da gestire.
I margini di manovra sulla Tasi, però, sono più grandi di quelli che c'erano con l'Imu. E se le risorse dovessero rivelarsi più scarse, il risultato finale potrebbero essere sconti piccoli, diversificati sul territorio e piuttosto complicati da calcolare.
FONTE: IL SOLE 24 ORE

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