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NOVITÀ NORMATIVE

NOVITA' TARI: SI PROSPETTA UNA STANGATA PER LE IMPRESE.

La battaglia sul nuovo tributo per i rifiuti si chiude (per ora) con il ritorno in grande stile della Tari per le imprese. La questione è un po' tecnica, ma gli effetti dirompenti perché la partita vale miliardi.
In pratica, la domanda attorno alla quale si è arrovellato il Parlamento da dicembre a oggi è la seguente: le imprese e gli operatori commerciali che smaltiscono una parte dei loro rifiuti (quelli speciali ma assimilati agli urbani) senza affidarli ai servizi locali di igiene urbana, devono pagare la Tari anche su questo servizio che non utilizzano?
La legge di stabilità dava due risposte contraddittorie, prevedendo contemporaneamente l'esenzione e la possibilità di sconti da parte dei Comuni. Siccome non è possibile introdurre agevolazioni su un'esenzione, il decreto «salva-Roma» ter approvato dal Governo aveva puntato tutto sulla seconda opzione, stabilendo che i produttori di rifiuti speciali assimilati non pagano la Tari. La commissione, dopo un dibattito serrato, ha pescato dal mazzo delle "riformulazioni" l'emendamento che chiede ai Comuni di decidere nel proprio regolamento «riduzioni della quota variabile del tributo proporzionali alle quantità di rifiuti speciali assimilati» e smaltiti autonomamente dal produttore.
Degli sconti, insomma, ci dovrebbero essere, ma non l'esenzione totale dalla quota variabile o almeno una riduzione minima fissa come previsto dagli emendamenti che il Governo appoggiava. «È una soluzione inaccettabile – commenta Silvia Cavallo, direttore dell'area Politiche fiscali di Confindustria – che si traduce in un aumento del prelievo e in una moltiplicazione della complessità delle regole», che cambieranno da Comune a Comune senza parametri predefiniti. Opposta, naturalmente, la reazione degli amministratori locali e di Federambiente, l'associazione delle imprese pubbliche di igiene ambientale.
A estendere la libertà dei Comuni, e quindi la variabilità delle regole, intervengono anche altre modifiche approvate in commissione, a partire da quella che per il 2014 e il 2015 consente alle amministrazioni locali di allontanarsi anche del 50% dai parametri tariffari del «metodo normalizzato» (Dpr 158/1999), e di ignorarli completamente per quel che riguarda la quota fissa destinata alle utenze domestiche.
Anche questo passaggio merita una traduzione in italiano per essere capito. Dal lontano 1997 (decreto Ronchi, attuato dal Dpr del 1999 appena citato) l'Italia prova ad allinearsi ai parametri europei sull'igiene urbana, che chiedono due cose: far pagare un tributo proporzionale alla quantità di rifiuti prodotti (principio del «chi inquina paga») e garantire che i versamenti coprano il costo del servizio. I parametri scritti nel 1999, che in pratica modulano le richieste in base alle diverse categorie di utenti (un bar produce più rifiuti di uno studio professionale, per esempio), provano a tradurre in pratica le due richieste, ma si sono rivelate presto troppo penalizzanti per un'ampia gamma di utenze commerciali, dai bar ai ristoranti, dagli alberghi ai negozi a più alta produzione di rifiuti come macellerie, fiorai e così via.
Dopo essere stati abbandonati per anni (con l'eccezione dei Comuni, un sesto del totale, che avevano introdotto la tariffa d'igiene ambientale) i parametri improvvisamente ricomparsi con la Tares, minacciavano i maxi-aumenti per i commercianti che si sono rivelati ovviamente ingestibili e hanno portato all'abolizione sul nascere del tributo. La Tari tentava una strada più morbida, ricca di deroghe che provavano a renderla più praticabile, ma Montecitorio ha per ora deciso che anche quell'ipotesi era troppo rigida. Per questa ragione, sono saltati uno dopo l'altro il vincolo di finanziare con le risorse generali di bilancio agevolazioni non superiori al 7% del costo del servizio (ora gli sconti sono liberi) e, almeno per due anni, anche l'ancoraggio "flessibile" al metodo normalizzato.
Il risultato pratico può essere l'ennesimo ritorno alla vecchia Tarsu, che porta notizie diverse a seconda delle categorie e dei Comuni. La prospettiva, in generale, migliora per gli esercizi commerciali più penalizzati dal «metodo normalizzato», per le famiglie cambia a seconda della composizione del nucleo mentre per le imprese rischia di peggiorare ancora.
Rimangono inalterati, infine, calendari e metodi di pagamento, anch'essi decisi a livello locale, e il metodo di calcolo della superficie, che resta basato sulle tradizionali dichiarazioni, fino al 1° gennaio dell'anno successivo a quello in cui partirà davvero l'interscambio fra Comuni e agenzia delle Entrate sui dati delle superfici catastali.
FONTE: IL SOLE 24 ORE

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