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FATTURA TIA IMPUGNABILE IN COMMISSIONE TRIBUTARIA

È impugnabile innanzi alla Commissione tributaria, la fattura emessa dal concessionario del servizio del comune che addebita la Tariffa igiene ambientale (c.d. Tia), al contribuente. Questa è uno dei principi contenuti in una importante decisione (la sentenza n. 8313 dell'8/4/2010, relativa all'udienza del 2/3/2010), delle sezioni Unite della Corte di cassazione.
Torniamo quindi ad occuparci della Tia, dopo che, è necessario ricordarlo brevemente, la Corte Costituzionale si era espressa per riaffermare la natura tributaria della tariffa in argomento, attribuendo la sua competenza alla giurisdizione della Commissione tributaria (si veda Corte costituzionale sentenza 24 Luglio 2009 n. 238), e ritenendo non dovuta l'Iva sulla Tariffa. Venendo al caso in esame, esso prende le mosse dal ricorso di un legale siciliano che ha impugnato alla Commissione tributaria provinciale competente, due fatture relative all'acconto e al saldo della Tia, sulla base del motivo che la misura di essa non era stabilita dall'ente locale, come doveva essere fatto a norma di legge, ma direttamente da una società privata concessionaria del servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti.
Infatti ad avviso del contribuente, la determinazione della tariffa non può essere un compito del concessionario del servizio, ma deve essere determinata direttamente dal comune. La commissione tributaria provinciale adita, con separate, ma identiche, sentenze, ritenuta la propria giurisdizione in ragione della natura tributaria delle obbligazioni contestate, ha accolto i ricorsi, sul rilievo della illegittimità della delibera legislativa regionale, che attribuiva agli organi di governo delle società di gestione dell'Ato il potere di determinare la tariffa del servizio di gestione del ciclo dei rifiuti urbani, con conseguente disapplicazione della stessa, ai sensi della legge n. 2248 del 1865, art. 5, all. E.
La decisione è stata poi ribadita dalla Commissione tributaria regionale che ha intravisto in tale procedura di applicazione della tariffa, una spoliazione dell'ente pubblico delle sue competenze in materia di Tia; infatti al comune la legge attribuisce il potere impositivo. Conseguentemente i giudici della Commissione tributaria regionale hanno disapplicato tale norma in virtù dei poteri assegnatoli dall'art. 7 comma 5 del dlgs n. 546 del 1992.
Il concessionario dell'ente pubblico, ricorrendo in Cassazione, assume l'illegittimità delle sentenze, in quanto esse sarebbero da riformare dato sia il tipo di atto impugnato (fattura) che non rientra tra gli atti impugnabili, che per la mancanza di litisconsorzio con l'ente locale non chiamato in giudizio. I giudici della Cassazione affermano che per quanto riguarda l'atto impugnabile (fattura), esso è stato impugnato in quanto contiene la determinazione della tariffa effettuata da un ente diverso da quello che doveva stabilirla e pertanto i giudici, a norma dell' art. 2, comma 3, e art. 1, comma 5, hanno il potere di risolvere «in via incidentale ogni questione da cui dipende la decisione delle controversie rientranti nella propria giurisdizione». Per quanto riguarda il litisconsorzio, il comune è rimasto estraneo alla procedura di formazione della pretesa impositiva e al rapporto tributario dedotto in giudizio, tanto più che la stessa società assume di avere agito esercitando i poteri «delegati» del comune. Non ricorre, dunque, la fattispecie di litisconsorzio necessario, di cui all'art. 14, comma 1, dlgs n. 546 del 1992, in quanto la controversia può essere utilmente decisa nei confronti della sola società convenuta, con esclusione del comune, che comunque avrebbe potuto essere chiamato in giudizio dalla società «delegata», se avesse avuto interesse in tal senso.
L'ultimo principio stabilito dai giudici delle sezioni unite riguarda la delega del potere di determinare la Tia da parte del concessionario del pubblico servizio.
Va osservato che in via generale, la pubblica autorità possiede la c.d. «potestà tributaria», cioè il potere di incidere sulla sfera giuridica dei cittadini con attribuzioni tributarie che derivano direttamente dalla legge, come stabilito dalla riserva di legge, prescritta dall'art. 23 della Costituzione.
Il concessionario del servizio, ente privato, può al limite, essere un "ausiliario" dell'ente pubblico, potendo attribuire ad esso poteri di riscossione o anche di accertamento, ma mai di imposizione diretta del tributo, cioè a questioni inerenti all' an e al quantum del tributo, che costituisce funzione non derogabile al privato.
Del resto, nella fattispecie, anche la legge istitutiva della Tia, prescrive con l'art. 49 comma 8 del dlgs n. 22 del 1997 (c.d. decreto Ronchi), che la tariffa sia determinata dagli enti locali. Concludendo, non si può che condividere i principi delle sezioni unite, non essendo possibile consentire, neppure in situazioni di emergenza (che consentono deroghe alle disposizioni vigenti, pur mantenendo il pieno rispetto dei principi generali dell'ordinamento giuridico), all'ente locale di derogare i poteri in materia di determinazioni di tariffe o imposte, come nel caso specifico della Tia; gli atti originati da tale vizio, sono quindi da considerarsi illegittimi data la natura non pubblica del concessionario del pubblico servizio.
FONTE: ITALIA OGGI

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