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IL GIUDICE TRIBUTARIO NON RILEVA IL DIFETTO DI MOTIVAZIONE DELL'ACCERTAMENTO

Il giudice tributario non può rilevare il difetto di motivazione dell'avviso di accertamento se il contribuente non lo contesta. La Corte di Cassazione - sentenza n. 10802 del 5 maggio 2010 - ha chiarito che «la nullità dell'avviso di accertamento non è rilevabile d'ufficio e la relativa eccezione, se non formulata nel giudizio di primo grado, non è ammissibile qualora venga proposta per la prima volta nelle successive fasi».
Nel caso concreto, il contribuente non aveva contestato la carenza di motivazione della pretesa tributaria, ma l'inadeguatezza degli elementi indiziari a base dell'accertamento e l'illegittimità del metodo induttivo. Le commissioni tributarie, però, non possono decidere su questioni non sollevate dalle parti, a meno che non si tratti di vizi o errori nella regolarità del processo.
L'oggetto del giudizio è, dunque, delimitato dai motivi di contestazione ed è impedito al giudice acquisire prove d'ufficio e supplire alle carenze probatorie delle parti (Cassazione, sentenza366/o6). Questo principio, consacrato dall'articolo 3-bis della legge 248/05, ha limitato i poteri delle commissioni tributarie. Secondo la Cassazione, la norma elimina «ogni possibile limitazione al principio di legalità che impone la dimostrazione dei presupposti di fatto del credito fiscale controverso». Anche perché se il giudice potesse disporre sempre dei documenti necessari a definire la controversia, verrebbero di fatto elusi i termini perentori previsti dall'articolo 32 del decreto legislativo 546/92 per il deposito di documenti e memorie.
La Cassazione (sentenza 1135/06) ha invece ricordato che il giudice può disporre consulenze per stabilire la congruità di un valore "accertato". Un potere conferito per valutare legittimità e congruità delle pretese dell'ufficio. Tuttavia, la sentenza 15825/06 ha precisato che qualora l'avviso di accertamento contenga vizi sostanziali il giudice non deve limitarsi ad annullare l'atto, ma deve decidere nel merito, riducendo il quantum richiesto dal Fisco. Se il vizio non è formale (ad esempio, assoluta carenza di motivazione, mancata indicazione delle aliquote applicate) il giudice deve procedere al riesame dell'atto. In effetti, il giudizio tributario non è finalizzato ad annullare l'atto impositivo, ma a esaminare le richieste delle parti.
Il giudice, dunque, ha il potere-dovere di rideterminare il reddito o rettificare quello accertato. Non a caso si è spesso affermato che il giudizio tributario concerne la legittimità formale e sostanziale del provvedimento e non è dato pervenire al giudizio di merito sul rapporto solo quando ricorrano determinati vizi, in presenza dei quali il giudice deve arrestarsi all'invalidazione. Quello tributario, infatti, è solo formalmente un giudizio di impugnazione, ma tende all'accertamento sostanziale del rapporto d'imposta controverso. E se l'atto costituisce il semplice veicolo di accesso al giudizio, il giudice lo può annullare solo per difetto assoluto o carenza di motivazione.
FONTE: IL SOLE 24 ORE

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