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NOVITÀ NORMATIVE

DAL 2012 LE DIPENDENTI PUBBLICHE IN PENSIONE A 65 ANNI

Via libera allo scalone per equiparare l'età della pensione di vecchiaia tra uomini e donne nel pubblico impiego. Le dipendenti pubbliche, a partire dal 1° gennaio 2012, andranno in pensione a 65 anni, come i colleghi maschi, e non più a 61 anni, come avviene dal primo gennaio di quest'anno, per effetto della riforma approvata lo scorso anno con la legge 102/2009.
Il consiglio dei ministri ha scelto così la soluzione più diretta per adeguarsi ai richiami dell'Unione europea, insoddisfatta della soluzione graduale individuata dal governo italiano (con la legge n. 102, appunto), per attuare la sentenza con cui la Corte di giustizia Ue, nel 2008, ha ritenuto la differenziazione dell'età di pensionamento tra donne e uomini nel pubblico impiego discriminatoria nei confronti di questi ultimi.
La normativa varata lo scorso anno ha infatti previsto un aumento progressivo dell'età di pensionamento delle statali, per raggiungere quota 65 nel 2018. Termine ritenuto eccessivo dalla Commissione europea che nei giorni scorsi ha chiesto all'Italia di garantire l'equiparazione dal 2012. E così sarà, grazie a un emendamento alla manovra correttiva che sarà presentato nei prossimi giorni in senato. Il testo approvato ieri dal cdm prevede anche una clausola di salvaguardia. Coloro che matureranno i requisiti per il pensionamento al 31 dicembre 2011 (in base alla normativa ora vigente, ossia 61 anni di età), potranno accedere al pensionamento o chiedere la certificazione del diritto e continuare a lavorare; opzione che si aggiunge a quella già prevista per le donne che abbiano raggiunto i 60 anni di età al 31 dicembre 2009 (cioè prima dell'introduzione delle nuove norme di adeguamento).
L'innalzamento dell'età pensionistica delle dipendenti pubbliche porterà allo stato un risparmio di 1,450 miliardi di euro tra il 2012 e il 2019 e queste risorse, in base a una richiesta del ministro delle pari opportunità, Mara Carfagna, confluiranno in un fondo della presidenza del consiglio, destinato ad «azioni positive» per la famiglia e per le donne. L'impatto della norma è definito «modesto» dal ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, secondo il quale «da qui al 2019» sarà coinvolta una platea di circa 25 mila donne. Per il ministro Carfagna si tratta di un «piccolo sacrificio a carico delle donne imposto dalla Ue», che però «allevierà il carico familiare delle mogli e madri italiane», potenziando i servizi all'infanzia e per la non autosufficienza.
L'equiparazione viene definita «un positivo impatto strutturale» dal presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, mentre il segretario del Pd, Pierluigi Bersani la considera una misura tagliata con l'accetta: «Siamo da sempre affezionati all'idea che il problema si risolve dando una flessibilità in uscita a tutti, cioè fissando una soglia minima di età di pensionamento per poi lasciare, in una fase di alcuni anni, la possibilità di uscire in rapporto al livello della pensione da riconoscere. Procedere con l'accetta non è un modo sensato».
Bocciatura senza appello da parte della Cgil, secondo cui si tratta di «un provvedimento grave, aberrante e iniquo che si somma a provvedimenti, adottati con la manovra, che colpiscono pesantemente le lavoratrici e i lavoratori attraverso le finestre mobili». Per il segretario confederale Cisl, Maurizio Petriccioli, la decisione del governo crea «una situazione iniqua e pesante nei confronti delle donne e del pubblico impiego», mentre secondo il segretario generale dell'Ugl, Giovanni Centrella, «l'innalzamento brutale dell'età pensionabile a 65 anni per le donne della Pa nella manovra correttiva si aggiunge a altre misure inique destinate a lavoratrici e lavoratori, del pubblico e del privato, sui quali si sta concentrando ingiustamente tutto il peso dell'emergenza economica».
FONTE: ITALIA OGGI

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