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IL MINISTRO MARONI MEDIA CON TREMONTI SULLA MANOVRA

Nelle mani di Maroni. Sono affidate al delicato lavoro di mediazione del ministro dell'interno le residue speranze degli enti locali di vedere attutito l'impatto della manovra correttiva. Che in due anni taglierà 4 miliardi di euro (1,5 nel 2011 e 2,5 nel 2012) di trasferimenti ai comuni e 800 milioni (300 nel 2011 e 500 nel 2012) alle province. Sacrifici che colpiranno soprattutto i municipi del nord e, paradossalmente, proprio le amministrazioni più virtuose. Tanto da creare più di un malumore nei sindaci della Lega.
Per questo Maroni, che fino ad ora ha sempre mantenuto una posizione piuttosto defilata nelle trattative tra governo ed enti locali che puntualmente si ripetono ad ogni manovra di bilancio, ha deciso di riprendere in mano una situazione potenzialmente esplosiva per il Carroccio.
Gli incontri di ieri con Anci e Upi sono serviti per avere un primo quadro delle richieste degli enti. I rappresentanti di comuni e province (per l'Anci il presidente Sergio Chiamparino e il segretario generale Angelo Rughetti, per l'Upi il presidente Giuseppe Castiglione e il direttore Piero Antonelli) sono stati ascoltati dai tecnici del Viminale guidati dal sottosegretario Michelino Davico. Che lunedì riferirà a Maroni sulla fattibilità di soluzioni alternative in grado di ammorbidire gli obiettivi fissati dal dl 78.
Per il momento l'ipotesi più percorribile sarebbe questa: l'entità dei sacrifici richiesti a comuni e province non cambierà, ma invece del taglio lineare dei trasferimenti (così come previsto dalla manovra) gli enti dovranno concorrere al raggiungimento degli obiettivi di finanza pubblica attraverso il rispetto del patto di stabilità e riducendo le spese. Una soluzione che non fa saltare di gioia Anci e Upi, ma che comunque, nell'attuale situazione di crisi viene interpretata come una prima, timida apertura del governo. Nessuna speranza, invece, che possa essere sbloccata una quota di residui aggiuntiva rispetto allo 0,78% previsto dalla manovra. Così come appare improbabile che la stretta sulle spese per il personale possa in qualche modo essere allentata.
In attesa di vedere quali risultati il ministro dell'interno porterà a casa, gli enti locali hanno chiesto a Maroni un confronto sull'impatto complessivo della manovra da tenersi nella Conferenza stato-città del 23 giugno.
In questa sede verranno valutate le proposte correttive delle autonomie locali che si lamentano anche per la norma che obbliga i comuni di minor dimensione demografica a gestire le funzioni in forma associata. In un documento depositato ieri nel corso dell'audizione in commissione bilancio del senato, l'Anci è tornata a ribadire il proprio «fermo dissenso» per la rottamazione delle partecipate che obbligherebbe i comuni fino a 30 mila abitanti a dismettere entro il 31/12/2010 tutte le partecipazioni detenute in società. E ancora, preoccupano i tagli alle indennità degli amministratori locali e soprattutto la nuova disciplina in materia di catasto che viene considerata «un grave passo indietro, in quanto da funzione comunale diventa a tutti gli effetti funzione di competenza statale, riducendo il ruolo dei comuni a terminali dell'Agenzia del territorio con compiti di supporto meramente esecutivi».
Ma soprattutto è il quadro della finanza locale a non lasciar dormire sonni tranquilli ai sindaci. Nonostante dal 2004 al 2009 il saldo di bilancio dei comuni sia migliorato di quasi 4 miliardi di euro, la manovra, lamenta l'Anci, aggiunge sacrifici a quelli già richiesti dal Documento di programmazione economico finanziaria 2009-2011 (4,145 miliardi nel triennio). Dopo il varo del dl 78, gli enti dovranno ridurre le spese del 7% nel 2011 e del 9,2% nel 2012. I maggiori tagli verranno sopportati dal Nord, dove la spesa andrà a ridursi del 7,7% nel 2011 e del 9,6% nel 2012. Tra le regioni più colpite Piemonte, Sicilia, Abruzzo e Lombardia. Tutto questo mentre l'impossibilità di utilizzare i residui passivi per effettuare i pagamenti (sbloccati dalla manovra solo per una quota pari a 320 milioni di euro) gonfia le casse degli enti di soldi che però non possono essere spesi.
Secondo le previsioni dell'Anci, a partire dal 2011, tutti i comuni soggetti al patto di stabilità saranno in avanzo, ma dovranno rinunciare a fare investimenti e alle spese in conto capitale. Il blocco della leva fiscale completa un quadro di tagli che, secondo l'Anci, se prima della manovra era «insostenibile», ora è diventato «irrealizzabile».
La proposta dell'Associazione dei comuni è semplice e si chiama stabilizzazione della spesa corrente e programmazione di quella in conto capitale. «Ogni comune», scrive l'Anci nel documento depositato in senato, «dovrebbe raggiungere l'equilibrio di parte corrente in modo da non creare deficit e avere un obiettivo stringente di debito, coerente con gli obiettivi fissati a livello europeo. In questo modo gli enti sarebbero in grado di programmare la spesa in conto capitale e rispettare gli impegni presi con le imprese e i cittadini». In pratica i sindaci chiedono di poter concorrere alla manovra, secondo un contributo sì predeterminato nell'importo, ma libero nelle modalità.
Regioni. Intanto, dopo l'incontro di Tremonti con i governatori, sale il termometro della conflittualità nella maggioranza. Il ministro dell'economia ha chiuso la porta a ogni possibile ammorbidimento dei sacrifici chiesti alle regioni, definite «responsabili del boom delle pensioni di invalidità». Secondo Tremonti le riduzioni chieste sono «fattibili e sostenibili» perché, ha spiegato, i bilanci regionali «valgono 170 miliardi, dei quali 106 miliardi di euro per la sanità su cui il governo non interviene». «Se si tagliano 5 miliardi di euro all'anno su 170 mld», ha aggiunto, «questo vale solo il 3% ed è un peso che ci sembra sostenibile». Dura la replica del governatore lombardo Roberto Formigoni secondo cui «la manovra spazza via il federalismo fiscale». «Non è vero», ha detto, «che le regioni finora hanno avuto ed è giusto che paghino. I numeri dimostrano che le regioni hanno fatto meglio di altri».
FONTE: ITALIA OGGI

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