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NOVITÀ NORMATIVE

GLI ENTI RISCHIANO DI NON POTER PIU' SPENDERE PER SPONSORIZZAZIONI

A rischio nel 2011 i contributi che gli enti locali destinano alle varie iniziative, dallo sport allo spettacolo, dagli interventi nel sociale, alla cultura.
L'articolo 6, comma 9, del dl 78/2011 contiene una norma di complessa interpretazione, ai sensi della quale a decorrere dall'anno 2011 le amministrazioni pubbliche, compresi comuni e province non possono effettuare spese per sponsorizzazioni.
Della disposizione si possono fornire due letture. Una prima, più elastica per gli enti locali, può fondarsi su un'interpretazione letterale e tecnica del riferimento alle sponsorizzazioni. In questo senso, il divieto sarebbe piuttosto limitato, perché riguarderebbe rigorosamente le spese che gli enti locali sostengono nel caso in cui stipulino veri e propri contratti di sponsorizzazione, cioè contratti onerosi a prestazioni corrispettive, cui, a fronte del ritorno di immagine derivante dal sostegno economico a una manifestazione, lo sponsor eroga una somma di denaro. Nella realtà, gli enti locali molto di rado stipulano veri e propri contratti di sponsorizzazione, sicché questa prima chiave di lettura non porrebbe particolari problemi.
Tuttavia, si sta facendo largo un'interpretazione più restrittiva, secondo la quale l'articolo 6, comma 9, del dl 78/2010 si riferirebbe alle sponsorizzazioni in senso atecnico. Dunque, l'articolo riguarderebbe tutte le erogazioni o i contributi che, sotto qualsiasi denominazione, le amministrazioni pubbliche e, in particolare, quelle locali destinano annualmente soprattutto all'associazionismo. Pertanto, dal 2011 sarebbe vietato concedere tutti i contributi concessi per il sostegno alle manifestazioni e iniziative di varia natura, svolte nei territori di competenza degli enti locali.
Alla luce della seconda chiave di lettura, l'impatto della norma sarebbe fortissimo, perché, spingerebbe ad un risparmio forzoso e, per altro, quanto meno triennale, di decine di milioni di euro, considerando che la spesa complessiva per contributi degli enti locali è piuttosto elevata.
L'intento di severo taglio alla spesa pubblica che guida il dl 78/2010 fornisce, in effetti, sostegno alla tesi più rigorosa che considera la sponsorizzazione in senso atecnico, visto il sicuro vantaggio in termini di risparmio. La lettera della norma, tuttavia, si muove in senso contrario all'interpretazione restrittiva. Fin qui, oltre tutto, non è stata forse sufficientemente tenuta in considerazione la portata del contraccolpo di un divieto assoluto di erogare contributi per gli enti locali. Per quanto sicuramente non sempre i sostegni finanziari siano destinati a manifestazioni ed iniziative di reale spessore ed interesse generale, è comunque un fatto la rilevanza strettamente politica dei contributi.
Dal 2011 gli enti locali si troverebbero privi di strumenti per assicurare gli interventi a sostegno delle iniziative culturali, sociali, sportive e di spettacolo in applicazione del principio di sussidiarietà e di strumenti per coltivare il consenso politico. Non si tratterebbe di una conseguenza da poco.
Risulta, allora, urgente un'esplicitazione della portata della norma e l'occasione da non mancare assolutamente è la conversione in legge del decreto, per evitare il rischio di navigare a vista. È fin troppo chiaro che l'interpretazione restrittiva comporterebbe il divieto di prevedere qualsiasi finanziamento per contributi già nei bilanci di previsione o, comunque, l'illegittimità degli atti di concessione. Sarebbe meglio, allora, un criterio normativo che fissi un limite alle spese per contributi.
Oltre tutto, una revisione della norma, specificamente per gli enti locali, si rende necessaria perché se prevalesse l'interpretazione restrittiva il legislatore avrebbe imposto una dettagliata e puntuale modalità di contenimento delle spese, in evidente contrasto con l'autonomia finanziaria assegnata agli enti locali dalla Costituzione, nonché con la giurisprudenza maturata sull'argomento dalla Corte costituzionale. Si ricorderà che la Consulta con le sentenze 390/2004 e 417/2005 hanno rilevato l'illegittimità costituzionale di leggi finanziarie che invece di fissare limiti generali al disavanzo o alla spesa corrente, hanno previsto limiti a singole voci di spesa, dando vita ad un'inammissibile ingerenza nell'autonomia degli enti quanto alla gestione della spesa.
La giurisprudenza della Consulta non autorizzerebbe gli enti locali a disapplicare l'articolo 6, comma 9, del dl 78/2010.
Ma fornisce un'ulteriore argomentazione a sostegno della necessità di rivederne il contenuto, per evitare la prevedibile ridda di pareri ed interpretazioni contrastanti che verrebbe fuori, se il testo rimanesse così com'è, esponendo gli amministratori locali a rilevantissime responsabilità e le associazioni nell'incertezza sulle fonti pubbliche di finanziamento.
FONTE:ITALIA OGGI

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