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NOVITÀ NORMATIVE

POCO GRADITE LE FUSIONI TRA PICCOLI COMUNI

Un albero stilizzato, le felci, una pergamena e una linea orizzontale. È il sigillo della comunitas Leudri, che racconta un'economia da sempre fondata sull'industria del legno e un passato glorioso all'insegna dell'autonomia, prima di passare sotto il dominio dei veneziani. Siamo nel Trentino meridionale, a una manciata di chilometri dal lago di Garda. Ottocento anni dopo, il Capodanno 2010 è stato un brindisi alla ritrovata unità. Molina, Pieve, Bezzecca, Concei, Tiarno di Sotto e Tiarno di Sopra, sei comuni di un'unica valle che hanno rinunciato alla sovranità per dar vita a una nuova realtà rispolverando l'antica denominazione: Ledro. Una fusione da 5.400 abitanti, suggellata da un referendum a fine novembre del 2008, promosso con un indice di gradimento medio del 70% che ha portato a compimento un percorso imboccato all'inizio degli anni '90.
Prima la fase di innamoramento, con la creazione di un circolo culturale e un coro valligiano, poi il fidanzamento e la progressiva convivenza con l'unione costituita a quattro e poi a sei, diventata operativa nel 2001. Un unico ufficio tecnico, così come una sola segreteria e un ufficio ragioneria, fino a un unico segretario comunale. Il traguardo effettivo è arrivato nel 2006-2007, con la condivisione di tutte le competenze, tranne l'urbanistica e il territorio. «I Comuni - spiega Giuliano Pellegrini, che è stato presidente dell'unione e commissario straordinario di Ledro fino alle elezioni dello scorso maggio - continuavano ad avere i loro conti economici, così ad ogni esercizio bisognava approvare i sei bilanci dei singoli comuni e quello dell'unione».
Un ménage che si è rafforzato negli anni, fino alle nozze del primo gennaio 2010. Come sede del Municipio, sempre in ricordo dello spirito della valle, è stata scelto Pieve di Ledro, che ospitava l'antica repubblica. Le difficoltà non sono mancate. «L'accorpamento dell'anagrafe - dice Pellegrini, che oggi è assessore al bilancio del "nuovo" Ledro - non è stato semplice, per un certo periodo abbiamo dovuto gestire due servizi paralleli, così come la toponomastica: in caso di doppioni di vie abbiamo scelto di lasciare il nome originario nei centri dove c'erano più residenti. Tutto si è svolto con un unico obiettivo: parlare con una voce sola e contare di più nello scacchiere istituzionale.
Sempre al nord, ma questa volta in Piemonte, ha già superato da un po' la temuta crisi del settimo anno Montiglio Monferrato nell'astigiano, nato dalla fusione tra Montiglio, Scandeluzza e Colcavagno, diventata effettiva il primo settembre 1998. Tre centri che insieme hanno dato vita a una nuova realtà di poco più di 1.700 abitanti su una superficie di 27 chilometri quadrati.
A tracciare un bilancio dodici anni dopo è Dimitri Tasso, primo cittadino della nuova era e oggi vice sindaco: «Con la fusione - dice - Montiglio ha acquisito una maggiore forza politica ed è stato possibile attivare il primo ufficio turistico al di fuori del capoluogo provinciale e creare un nuovo centro fiere e deposito.
Abbiamo risparmiato sui costi di gestione e sulla segreteria, contenendo la spesa, tanto che non abbiamo mai dovuto applicare l'addizionale Irpef». Molte luci, ma anche qualche ombra, soprattutto nel periodo iniziale. Come l'adeguamento del catasto o il blocco dell'attività edilizia in attesa dell'approvazione di un unico piano regolatore. Si volta pagina e si ricomincia da zero con un'identità nuova.
In tempi di austerity la fusione mostra tutta la sua attualità, offrendo la possibilità di tagliare i costi e ottimizzare le risorse. Una sorta di terza via, alternativa alla razionalizzazione dei servizi o all'imposizione di nuove tasse per fare cassa, rinunciando però alla sovranità. Eppure, dati Istat alla mano aggiornati a fine giugno, si scopre che in vent'anni le nozze celebrate sono state appena otto. L'Italia dei campanili sopravvive.
Le prime due fusioni risalgono al primo gennaio 1995 e hanno come scenario il Veneto. In provincia di Rovigo dalle nozze tra Contarina e Donada nasce Porto Viro, nel padovano è stata la volta di Due Carrare (Carrara San Giorgio e Carrara Santo Stefano). Solo un altro matrimonio è stato celebrato quest'anno, sempre in Trentino, e ha dato vita al Comune di Comano Terme in seguito alla fusione tra Lomaso e Bleggio Inferiore. I due promessi sposi ci avevano già provato nel 1992, ma a Lomaso prevalsero i voti contrari. Un nuovo referendum nel settembre di un anno fa ha invece dato parere favorevole.
È stata la legge sulle autonomie locali del 1990 (n. 142) a stabilire la possibilità per i Comuni di arrivare a una fusione. Anzi, fino all'Atto unico del 2000 le nozze erano obbligatorie dopo dieci anni di unione. Per farlo occorre però una legge regionale e il via libera della popolazione. Una decisione incentivata anche con contributi straordinari annui per i dieci anni successivi alla nozze, stimati in media in circa 1,5 milioni di euro annui.
Con l'inizio del nuovo secolo, invece, è stata legittimata la convivenza senza convolare verso un unico municipio, privilegiando la libera scelta al matrimonio forzato. «L'Italia - sottolinea Antonio Cortese, docente di metodi statistici di valutazione delle politiche dell'Università Roma 3 che ha dedicato uno studio specifico al tema - appare in controtendenza rispetto ad altri paesi europei, dove nell'ultima parte del Novecento c'è stato un gran fervore riformatore: in Danimarca sono passati da 1.388 a 275, in Belgio da 2.500 a 600, nel Regno Unito da 1.830 autorità locali si è scesi a 486. Si parla molto della riduzione del numero di province, mentre un intervento su qui Comuni resta una frontiera inesplorata». Secondo la fotografia scattata dall'Istat a fine giugno, infatti, nel nostro Paese il numero di Comuni si è ridotto a 8.094 contro 8.100 di un anno prima.
Certo, negli anni non sono mancati i progetti di matrimonio. Uno dei più recenti è quello di cinque centri nel biellese (Soprana, Strona, Crosa, Mezzana Mortigliengo e Casapinta) che stanno valutando la possibilità di fusione per creare «un sistema amministrativo più efficiente, raggiungere maggiori economie di scala ma anche per migliorare la qualità dei servizi erogati ai cittadini e, non da ultimo, per rendere complessivamente più forti i territori disagiati e dotati di scarse risorse». In altri casi, però, i diretti interessati hanno deciso di prendere tempo e di mettere per ora in soffitta il progetto.
È successo nel Valdarno. Due anni fa il faro si è acceso sull'ipotesi di una maxi-fusione tra quattro centri della zona di Firenze e altri dieci del fiorentino. Un'idea del Comune unico lanciata da un gruppo di imprenditori riuniti nella Fondazione Valdarno che ha promosso uno studio di fattibilità affidato all'Università di Siena e finanziato dalla Fondazione Mps. «Siamo giunti alla conclusione che una frammentazione amministrativa così forte in una realtà produttiva e sociale omogenea crea problemi alla programmazione delle infrastrutture, delle aree industriali, della viabilità - spiega il presidente della Fondazione Brunetto Pelagani - e costringe gli imprenditori a confrontarsi con regole e decisioni diverse. La divisione in tanti Comuni, inoltre, impedisce al Valdarno di avere un peso a livello regionale». Il progetto, per ora, è rimasto sulla carta. «La fusione è al palo - spiega il sindaco di Montevarchi Giorgio Valentini - c'è una discussione in atto che porterà invece a un'unione tra sette-dieci Comuni. A settembre inizieremo ad affrontare la questione nei rispettivi consigli». La bozza di accordo prevede la condivisione dello sportello unico per le imprese, la vigilanza urbana, il personale e la valorizzazione del territorio. «Tutti passi avanti in direzione del taglio dei costi della burocrazia - sottolinea Valentini - anche se avrei preferito uscire dalla gabbia dei gonfaloni per arrivare a una nuova identità di territorio».
Alla fusione si preferiscono le "forme associate", come le unioni o le convenzioni. Una formula che, in relazione alle funzioni fondamentali, il decreto legge sulla manovra rende obbligatoria per i Comuni al di sotto dei 5mila abitanti. Ad oggi - secondo i dati dell'Anci - si contano 313 unioni. Le condivisioni in rete dei servizi sono più numerose in Piemonte e Lombardia, le regioni con la maggior densità di piccoli centri.
Non tutti i diretti interessati sembrano però d'accordo con l'imposizione dall'alto. Dice no Maria Carla Rocca, sindaco di Solza, un centro di circa 2mila abitanti in provincia di Bergamo. «L'unione dei servizi - dice - si fa per risparmiare ma anche per crescere. Ci vuole però una consapevolezza che non si stabilisce per legge. Va bene la riduzione dei costi della politica, ma non bisogna dimenticare che i piccoli centri stanno in piedi grazie ai volontari». Solza, insieme ad altri 20 Comuni, sta infatti esplorando il sentiero di una maxi-Unione. Una decisione maturata in modo spontaneo «dopo anni di consorzio collaudato». Il tema sarà al centro della Conferenza nazionale delle Unioni che si terrà a Riccione il prossimo 22 e 23 settembre. «Le unioni obbligatorie - conclude Tasso, che è anche coordinatore Anci per le Unioni di Comuni - non possono funzionare. Occorre invece una specifica normativa fiscale di incentivazione, ma anche un quadro normativo più certo che salvaguardi l'autonomia degli enti, consentendo loro di programmare il proprio sviluppo».
FONTE: IL SOLE 24 ORE

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