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NOVITÀ NORMATIVE

L'IMPRENDITORE AGRICOLO DEVE DIMOSTRARE L'ESENZIONE TARSU

Tocca all'agricoltore dimostrare quale area dell'azienda agricola è esentata dal pagamento della tassa rifiuti. L'onere della prova spetta, dunque, al contribuente, che non potrà far valere la natura dell'attività esercitata, ma solo la tipologia di rifiuto prodotto.
Con tre sentenze dello scorso 10 agosto, nn. 18497, 18498 e 18499, la Cassazione è intervenuta sull'applicazione della tassa di smaltimento dei rifiuti solidi urbani (TARSU) dovuta dagli agricoltori, con particolare riferimento alle aree assoggettabili ed all'assimilazione ope legis dei rifiuti speciali a quelli urbani.
Preliminarmente, si deve evidenziare che le sentenze fanno riferimento a tre soggetti, (due società semplici ed un'impresa individuale), operanti nell'ambito vivaistico e della manipolazione e lavorazione di ortaggi, ai quali erano state notificate, dal comune di Pistoia, tre cartelle esattoriali per il recupero della tassa sui rifiuti solidi urbani (TARSU) per superfici non dichiarate dagli stessi contribuenti negli anni dal 1997 al 2001.
I contribuenti avevano impugnato le stesse sull'assunto, soprattutto, che la delibera comunale (n. 166/1998) ed il regolamento di riferimento non avevano mai fatto riferimento alle attività agricole, ma esclusivamente ad altre tipologie (industriali, artigianali e di servizi) anche perché, con l'intervento del decreto legislativo n. 22 del 1997 (c.d. «decreto Ronchi»), il legislatore (comma 3, articolo 7) era intervenuto sul tema della classificazione dei rifiuti e, soprattutto, aveva obbligato anche gli agricoltori a smaltire certe tipologie di rifiuti speciali tramite imprenditori autorizzati, con spese a carico di colui che li produce; permane, come rilevato dai giudici supremi, un contrasto giurisprudenziale sull'assimilazione ope legis di tutti i rifiuti speciali ai rifiuti urbani (Cass. n. 25573/2009 a favore, nn. 27600 e 17601/2009 contrarie).
I giudici di merito avevano accolto (C.T.R. Firenze, sent. nn. 111/13/05, 112/13/05 e 113/13/05) i ricorsi dei contribuenti, in taluni casi assoggettando solo pochi metri alla tassa e, di conseguenza, l'ente comunale ha proposto ricorso per cassazione delle sentenze citate.
Si evidenzia, innanzitutto, che i giudici aditi hanno esaminato in modalità distinte i ricorsi, riunendo solo per soggetti gli stessi, senza entrare nella specifica diatriba dell'assoggettamento o meno alla tassa dei rifiuti smaltiti con i soggetti a tale attività preposti, rigettando i ricorsi dell'ente per l'azienda di manipolazione e trasformazione degli ortaggi e rinviando (riassunzione), per le opportune decisioni ad altra sezione della commissione regionale di Firenze, quelle dell'impresa vivaistica.
Nonostante ciò, le sentenze in commento risultano estremamente interessanti per una serie di affermazioni dei giudici aditi, in particolare sul tema dell'onere probatorio, delle spese di lite e delle sanzioni, oltre che su altre situazioni e argomenti.
Sul primo punto, come già indicato, la Cassazione fa gravare sul contribuente l'onere della prova in materia di tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi, affermando che l'ente locale si può limitare a rilevare esclusivamente l'occupazione o la detenzione dei locali e delle aree scoperte, senza dover necessariamente far riferimento alle attività esercitate; spetta, di fatto, al contribuente l'onere di provare che i rifiuti prodotti in quel contesto sono di una tipologia non soggetta a tassazione, senza alcun temperamento.
In secondo luogo, i giudici aditi non sono entrati direttamente nel merito dell'interessante questione posta circa l'inammissibilità del processo tributario di annullamento di questioni che esorbitano da quelle indicate nella motivazione dell'atto di accertamento, limitandosi ad affermare che la questione posta dall'ente locale deve ritenersi ricompresa in una lettura più ampia ed ellittica dell'avviso di accertamento, integrato dal verbale di sopralluogo che costituisce parte integrante della motivazione.
Sul tema delle spese di lite, la Cassazione ha affermato che la soccombenza «parziale» comporta la compensazione parziale o totale delle spese sostenute, con l'emergente problematica che talvolta le spese possono vanificare l'effetto sostanziale dell'annullamento, pur dovuto, dell'accertamento, mentre per quanto concerne le sanzioni, i giudici di legittimità sono del parere che la relativa disapplicazione dipende esclusivamente dalla situazione giuridica «oggettiva», senza dover tener conto delle condizioni soggettive di qualsiasi natura (individuali o collettive). Infine, risulta importante evidenziare che la Suprema Corte individua il «thema decidendi» non nella natura dell'attività esercitata dal contribuente (agricola), ma esclusivamente dal tipo di rifiuto prodotto nell'area occupata o detenuta, con l'ulteriore paletto che la possibile esenzione dall'applicazione della tassa resta subordinata ad un'adeguata «delimitazione» degli spazi a cura dei contribuenti.
FONTE: ITALIA OGGI

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