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ICI: VALIDI GLI ACCERTAMENTI SULLE AREE SOLO SE SI ALLEGANO I VALORI

È obbligatorio allegare agli avvisi di accertamento Ici le delibere di determinazione dei valori delle aree edificabili. Lo afferma la sezione tributaria della Cassazione con la sentenza 20535 del 1° ottobre 2010, respingendo il ricorso dell'ente, il quale riteneva insussistente tale obbligo, trattandosi di atto generale soggetto a pubblicità legale.
In realtà la Corte finisce per applicare in maniera eccessivamente rigorosa l'articolo 7 della legge 212/2000 (statuto dei diritti del contribuente), il quale prescrive che «se nella motivazione si fa riferimento a un altro atto, questo deve essere allegato all'atto richiamato».
Nella fattispecie il comune non aveva allegato agli avvisi di accertamento Ici la delibera di giunta comunale con la quale erano stati fissati i valori delle aree edificabili, approvati al l'esito dei lavori della commissione tecnica opportunamente istituita.
Per i supremi giudici non si sono in tal caso realizzati i presupposti per sollevare l'amministrazione dall'onere dell'allegazione, che sarebbe stato assolto in caso di riproduzione del contenuto essenziale del l'atto da allegare, in virtù di quanto disposto dal Dlgs 32/01, il cui precetto è stato peraltro recepito dal comma 162 della Legge finanziaria 2007.
La pronuncia non è condivisibile e si pone peraltro in contrasto con i numerosi precedenti della stessa sezione tributaria, secondo cui l'obbligo d'allegazione all'avviso d'accertamento degli atti cui si faccia riferimento nella motivazione (a norma dell'articolo 7 dello statuto del contribuente e come precisato dal Dlgs 32/01) riguarda gli atti non conosciuti e non altrimenti conoscibili dal contribuente, ma non anche gli atti generali come le delibere comunali, comunque soggette a pubblicità legale e la cui conoscibilità è quindi presunta (tra le più recenti si citano le sentenze della Cassazione 12270/2010, 11445/ 2010, 8505/2010, 5052/2010 e 2953/2010).
L'affissione all'albo pretorio delle delibere comunali, effettuata nei modi e nei termini previsti dalla legge (si veda l'articolo 124 del Dlgs 267/2000), costituisce, infatti, una forma di pubblicità legale di per sé esaustiva ai fini della presunzione di piena conoscenza erga omnes, allorquando i provvedimenti stessi non siano direttamente riferibili a soggetti determinati, come nel caso delle delibere tariffarie e regolamentari. Si tratta peraltro di atti a contenuto generale che costituiscono un presupposto dell'avviso di accertamento e non un elemento motivazionale dello stesso. D'altra parte sarebbe impensabile corredare gli atti impositivi di tutti i provvedimenti richiamati (nomina del funzionario responsabile, delibere tariffarie, delibere regolamentari eccetera): in pratica, bisognerebbe per ogni avviso riprodurre tutti gli atti citati, utilizzando una quantità di carta impressionante. Una simile attività, oltremodo dispendiosa, costituirebbe un ostacolo alla semplificazione oltre che al buon andamento della pubblica amministrazione (economicità, rapidità, efficacia, efficienza eccetera) sancito dall'articolo 97 della Costituzione.
In sostanza, una lettura costituzionalmente orientata dell'articolo 7 della legge 212/2000 non può consentire un'interpretazione eccessivamente rigorosa della norma, come quella effettuata dalla Cassazione con la sentenza 20535/2010.
Affermare l'obbligo di allegare qualsiasi delibera richiamata negli atti impositivi - oppure di riprodurne il contenuto essenziale - significherebbe, di fatto, neutralizzare gran parte dell'attività di accertamento degli enti locali.
FONTE: IL SOLE 24 ORE

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