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NOVITÀ NORMATIVE

LA CONSULTA BLOCCA IL TAGLIO DELLE COMUNITA' MONTANE

Questa volta era a un passo dal traguardo, ma poi ha voluto strafare e ha rovinato tutto; e così il parlamento ha incassato ieri l'ennesimo «no» costituzionale nel suo tentativo di cancellare più o meno direttamente le comunità montane (sentenza 326/2010).
Abbandonata l'idea dell'abolizione tout court, respinta nettamente dalla Consulta, le manovre avevano prima deciso di assegnare alle regioni il lavoro sporco, decidendo da Roma l'altitudine necessaria per far parte di una comunità montana superstite. Fallita anche questa strada, giudicata ancora una volta lesiva dell'autonomia dei territori, il legislatore ha provato a prendere le comunità per fame.
L'ultimo tentativo, scritto nella finanziaria 2010 (articolo 2, comma 187 della legge 191/2009), dopo qualche correzione intervenuta in corsa stava per farcela. Ma il diavolo sta nei dettagli, il parlamento ha preteso troppo e il castello è caduto.
Tutto nasce dal fatto che per chiudere la partita la finanziaria dell'anno scorso ha azzerato il fondo statale per le comunità, prevedendo che nel periodo transitorio, in attesa del federalismo fiscale, il 30% del vecchio assegno sarebbe stato girato ai comuni che facevano parte delle vecchie comunità. In sé il meccanismo ha fatto storcere il naso ai giudici delle leggi, che però hanno riconosciuto che le esigenze di riduzione della spesa pubblica avrebbero potuto anche giustificare la brutalità dell'intervento.
Una parte del fondo statale per le comunità, però, era destinato agli investimenti, che si traducono nell'accensione di mutui da estinguere in più anni. Nella fretta, la legge non ha previsto un paracadute per sostenere le comunità nel pagamento delle rate che all'origine erano coperte dall'aiuto statale: la tagliola, quindi, va contro il «legittimo affidamento» nell'aiuto centrale da parte delle comunità, mostra la sua «irragionevolezza» e trascina con sé l'intera norma.
Sempre per la fretta, del resto, la finanziaria ha provato ad abolire «tutte le disposizioni di legge» che prevedevano finanziamenti alle comunità, senza attardarsi a indicare quali fossero queste norme. Così non si fa, spiega la Corte, perché il principio di «certezza delle entrate» impone di agire con un minimo di ordine.
Gli aggiustamenti al testo intervenuti nella conversione e nei decreti successivi hanno invece dato il colpo di reni all'abolizione di consorzi e difensori civici comunali, che hanno quindi passato il vaglio costituzionale. La previsione del difensore civico provinciale, infatti, ha fatto venir meno la soppressione della funzione, mentre l'obbligo di gestione associata delle funzioni nei piccoli comuni, previsto dalla manovra correttiva di luglio, permette di superare il problema dell'addio ai consorzi.
FONTE: IL SOLE 24 ORE

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