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NOVITÀ NORMATIVE

AI SINDACI COMPARTECIPAZIONE IRPEF DA 4 MILIARDI

Per vincere la resistenza di comuni e opposizione il governo sceglie l'usato sicuro. E punta su una compartecipazione Irpef da 4 miliardi con cui sostituire una fetta di pari valore della futura Imu di trasferimento. Motivo: l'imposta sul reddito delle persone fisiche è meno sperequata rispetto a quella parte del tributo unico municipale (Imu) che dal 2014 accorperà imposta di registro, di bollo, ipotecaria e catastale.
Di fatto, l'Imu sulle compravendite resterà allo stato, e ai sindaci andrà solo una compartecipazione da un miliardo. Che si cumulerà con il gettito proveniente dall'Imu sul possesso: l'erede dell'attuale Ici che continuerà a gravare solo sulle seconde case. A far tornare i conti ci penserà l'Irpef. Che da compartecipazione più l'addizionale esistente si trasfomerà in una maxi-addizionale con una quota fissa e una manovrabile in su e in giù su iniziativa dei sindaci. Sulla falsariga di quanto previsto per i governatori nel decreto attuativo sul fisco regionale e i costi standard.
Ad anticipare la proposta era stato lo stesso ministro della Semplificazione, Roberto Calderoli. Che l'ha ribadita ieri, insieme alle altre possibili modifiche (su cui si veda altro articolo nella pagina accanto) prima ai rappresentanti del terzo polo in bicamerale – Gianluca Galletti e Giampiero D'Alia per l'Udc, Mario Baldassarri per Fli e Linda Lanzillotta per l'Api – e, poi, a una delegazione del Pd, formata dal relatore di minoranza Giuliano Barbolini, da Walter Vitali e da Marco Causi. Ricevendone una risposta interlocutoria, seppur con toni e sfumature diverse.
Pur apprezzando l'opzione-compartecipazione Irpef, Vitali ha definito «un'occasione persa» la scelta del governo che si è detto «non in condizione di accogliere la nostra proposta di fiscalità comunale che fa perno sull'imposta sui servizi in sostituzione della Tarsu, la tassa sulla raccolta e lo smaltimento dei rifiuti, e dell'addizionale comunale all'Irpef». L'intervento sulla Tarsu/Tia ci sarà ma in un decreto correttivo e senza coinvolgere l'addizionale Irpef. A questo punto, ha spiegato il capogruppo democratico in commissione, il Pd si abbatterà affinché almeno le proposte dell'Anci passino.
Più abbottonato il terzo polo. Che tenterà di procedere unito fino al momento del voto. Ma che per ora ha optato per una linea attendista, riassunta dalle parole del leader centrista Pier Ferdinando Casini: «Aspettiamo di avere delle risposte - ha detto –. Se sono serie è un conto, se non ci sono risposte invece...». E considerazioni analoghe sono giunte dal finiano Mario Baldassarri che nel merito entrerà solo dopo aver visto il nuovo articolato proposto da Calderoli.
Ma il testo riveduto e corretto arriverà solo all'inizio della settimana prossima. Quando l'ufficio di presidenza deciderà il calendario dei lavori anche se è pressoché certo che il voto finale arriverà mercoledì 26. Tre giorni dopo la data ultima fin qui indicata dalla Lega. Ma è un ritardo che il Carroccio è disposto a tollerare anche per non incrinare gli equilibri sottilissimi che ci sono in commissione, dove maggioranza e opposizione sono 15 a 15 e per passare il decreto ha bisogno di almeno un'astensione strategica.
L'idea di utilizzare l'Irpef è anche una risposta diretta ai comuni, che in un dossier di Anci e Ifel avevano messo nero su bianco i dubbi sui conti: «I conti non tornano – era il succo dell'analisi offerta dagli amministratori, e senza la compartecipazione a un grande tributo erariale è impossibile andare avanti».
Nelle parole di Calderoli la compartecipazione è arrivata, ma prima di conoscere la risposta definitiva dei sindaci occorrerà aspettare probabilmente qualche dettaglio in più. Nel tardo pomeriggio di oggi l'associazione dei comuni riunirà l'ufficio di presidenza, in una convocazione che all'ordine del giorno unisce ancora la questione federalismo con il nodo dei tagli ai trasferimenti. «La compartecipazione ai tributi erariali – ha ricordato ieri Salvatore Cherchi, responsabile Anci per la finanza locale – è prevista espressamente dalla legge delega, e lo stesso accade per la perequazione che deve essere alimentata dalla fiscalità generale».
Le differenze fra comuni «ricchi» e comuni «poveri» nel portafoglio del mattone, che continua a essere la base principale per il finanziamento dei bilanci federalisti, sono l'altro «punto eccezionalmente delicato» secondo i sindaci, che chiedono di fissare in un decreto a sé un meccanismo nazionale con garanzie uguali per tutti. «Le modalità di alimentazione del fondo – spiegano dall'Anci – non possono essere lasciate alla conferenza unificata, altrimenti si tradisce la legge delega». Il meccanismo deve poi evitare il rischio opposto, quello di un eccessivo ingessamento del federalismo, visto che sempre ieri Legautonomie ha sottolineato di vedere nei decreti «una partita di giro con caratteri di rigidità e di scarsa manovrabilità dei tributi devoluti».
FONTE. IL SOLE 24 ORE

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