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NOVITÀ NORMATIVE

SINDACI TENTATI DALL'AUMENTO IRPEF

L'argomento è spinoso, soprattutto per chi è vicino al rinnovo elettorale, e sono molti i sindaci che giurano di non voler ritoccare l'Irpef locale. L'idea, però, già ora tenta uno su tre: su 75 amministratori di capoluoghi di provincia, 25 (il 33,3%) apre alla possibilità di ritoccare l'addizionale, e 12 sono certi di farlo appena il governo la toglierà dal congelatore: tra questi c'è chi è stato sorpreso dal blocco delle aliquote prima di introdurre l'addizionale, come Brescia e Venezia, e ora vuol cominciare a chiedere qualche soldo in più ai propri cittadini per puntellare bilanci che non possono più contare sulle entrate di pochi anni fa. Un'altra avvertenza è necessaria prima di esaminare le scelte locali: tra chi ha detto «no» con certezza ci sono anche città che in realtà non hanno margini di scelta, perché hanno già raggiunto l'aliquota massima per legge (è il caso di Novara) o l'hanno addirittura superata grazie a regole ad urbem (Roma, che chiede ai propri abitanti lo 0,9% del reddito). «Ci piacerebbe - spiega per esempio Paolo Strescino, sindaco di Imperia - ma siamo già al massimo».
Chi dice «sì», ovviamente, non lo fa a cuor leggero. «Più che di un'opportunità - ragiona Gianni Mongelli, sindaco di Foggia - parlerei di un obbligo: che cosa si può fare dopo un taglio da 6,7 milioni, come quello che ci è imposto dalla manovra d'estate?»; quasi le stesse parole di Gianguido Passoni, assessore al Bilancio di Torino: «Da noi i tagli sono stati di 42 milioni; l'aumento, per essere significativo, dovrebbe essere fra lo 0,1 e lo 0,2%, e non basterebbe nemmeno a compensare la stretta». Dal Piemonte alla Sicilia, le riflessioni non cambiano: «Non abbiamo alternative - spiega per esempio Marco Zambuto, sindaco di Agrigento - se ci sarà consentito, aumenteremo».
Il tema è delicato e non ha connotazioni territoriali. La spaccatura sulle prospettive divide Nord e Sud, anche se da Perugia in giù aumentano tendenzialmente le amministrazioni disposte a pensarci. Il no all'aumento comunale dell'Irpef prevale in Emilia Romagna, Veneto, Trentino Alto Adige, Lombardia, Liguria e Toscana. Ma anche a l'Aquila, Roma, Cuneo, Brindisi, Avellino e Napoli. Nessun ritocco al rialzo previsto a Milano, Monza, Mantova, Sondrio, Varese e Bergamo. Mentre Sondrio apre addirittura a una riduzione della percentuale in vigore.
«È uno scaricabarile dell'impopolarità», sintetizza efficacemente proposta Giuseppe Galasso, sindaco di Avellino, che condivide con molti primi cittadini l'idea che «si carica sugli enti locali il compito di aumentare le tasse per far quadrare i conti». Più diplomaticamente si dice «preoccupato» Giorgio Pighi, primo cittadino di Modena: «Se il federalismo invece di essere una diversa ripartizione tra centro e periferia diventa solo un aumento del prelievo locale non è un modo corretto di procedere». Secca la posizione del primo cittadino fiorentino, Matteo Renzi: «Ho abbassato le tasse quando ero in provincia, volete che le alzi ora in comune? Non esiste».
Di tasse - comprensibilmente - non vuol sentir parlare Massimo Cialente, sindaco dell'Aquila: «Qui la situazione è grave. L'emergenza, con 26.000 persone che prendono il contributo per l'affitto di 2-300 euro a persona e non ce la fanno, impedisce di gravare con nuovi tributi». Non manca, però, chi legge lo sblocco delle aliquote come un importante (e non solo simbolico) conferimento di autonomia, che sindaci e assessori per ora "esercitano" anche con proposte e suggerimenti su come calibrare meglio la leva Irpef che resta in periferia o come coniugarla con altre forme di prelievo.
Ad esempio, per il vicesindaco e assessore al Bilancio di Udine, Vincenzo Martines, «grazie alle risorse garantite dallo statuto speciale soffriamo probabilmente meno rispetto ad altri comuni. In prospettiva, tuttavia, preferiremmo una soluzione mista tra addizionale Irpef e imposta sugli immobili, cioè l'Imu, con un peso maggiore della seconda in modo da colpire il meno possibile i redditi da lavoro dipendente». Per Emilio Floris, sindaco di Cagliari «per dare servizi servono risorse certe. E oltre al taglio dei trasferimenti pesa il patto di stabilità. Tuttavia, oltre alla possibilità di innalzare l'aliquota perchè non lasciare ai comuni una quota più alta rispetto all'attuale, riducendo quindi il trasferimento allo Stato?». Punta invece a una lotta serrata all'evasione fiscale per trovare risorse vere per il federalismo Angela Nonnis, sindaco di Oristano, per cui «l'extrema ratio della leva Irpef deve essere preceduta da un capillare recupero del reddito "sommerso"».
«Se oltre all'Irpef non scattano determinate molle come la sussidiarietà - aggiunge Luigi Di Bartolomeo, sindaco di Campobasso - Imu e addizionale non ci aiutano. In città come la mia, poi, i comuni attorno ospitano gli abitanti con i redditi più alti, che però usufruiscono dei nostri servizi. Alla fine chi affoga la dovrà applicare».
FONTE: IL SOLE 24 ORE

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