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NOVITÀ NORMATIVE

DUBBI SU COME RIPARTIRE L'IVA TRA I COMUNI.

L'ultima versione del decreto sul federalismo municipale ha introdotto tra le fonti di finanziamento dei comuni una compartecipazione all'Iva in sostituzione di quella all'Irpef. In attesa di determinare il gettito Iva per ciascun comune, l'assegnazione avverrà sulla base del gettito per province, suddiviso poi tra comuni secondo gli abitanti. Il vantaggio sarebbe che l'Iva ha una distribuzione territoriale meno sperequata dell'Irpef e quindi richiederebbe minori trasferimenti perequativi.
Ma come ripartire l'Iva nazionale tra i vari comuni? La legge delega sul federalismo fiscale stabilisce che, per i tributi sui consumi come l'Iva, è rilevante il luogo dello scambio. Tutto chiaro? Non troppo. L'Iva infatti lascia due distinte tracce territoriali. La prima è il domicilio fiscale del soggetto Iva disponibile fino al dettaglio comunale. Ma questa informazione non serve per ripartire la compartecipazione Iva: il domicilio fiscale spesso non coincide con il luogo dello scambio, soprattutto per le grandi imprese che hanno una rete di distribuzione sul territorio nazionale. Utilizzare questo criterio porterebbe a una drammatica concentrazione del gettito nei grandi comuni in cui tipicamente hanno sede le imprese medio-grandi.
L'altra traccia territoriale lasciata nelle dichiarazioni Iva riguarda la distribuzione tra regioni delle operazioni imponibili effettuate con i consumatori finali (quadro VT). È un'informazione che comporta costi di adempimento rilevanti per il contribuente: bisogna separare le vendite tra quelle a altri soggetti Iva e quelle a consumatori finali, per poi, per queste ultime, rilevare l'Iva incassata per ciascuna regione dove l'impresa opera. Attualmente l'amministrazione fiscale dispone di queste informazioni (ma non le rende pubbliche) soltanto su base regionale, e non provinciale e comunale. Inoltre, non si sa quanto queste informazioni siano effettivamente affidabili, dipendendo da dichiarazioni che non sono sanzionate se incomplete o false.
Infine, per ripartire la compartecipazione Iva si potrebbe ricorrere alle statistiche Istat sulla distribuzione territoriale dei consumi delle famiglie, come attualmente si fa per il finanziamento della sanità regionale. Ma i consumi Istat, si lamenta da tempo, non coincidono con la base imponibile Iva e non tengono conto dell'evasione Iva che è differente nei vari territori. Ma soprattutto anche i consumi Istat, che sono rilevati su base campionaria, sono affidabili (e disponibili) soltanto a livello regionale.
E allora, che fare? Quanto meno c'è da aspettare. Per attuare la compartecipazione comunale Iva bisognerà, con le prossime dichiarazioni, affinare la rilevazione portando dal livello regionale a quello provinciale le informazioni del quadro VT. Non è il caso di procedere oltre, cioè di arrivare al dettaglio comunale, come suggerisce il decreto. Lo sconsigliano ovviamente i costi di adempimento, ma soprattutto il fatto che una ripartizione Iva che riflettesse le operazioni a consumatori finali nei singoli comuni sarebbe fortemente distorta dalla localizzazione dei grandi centri commerciali che attraggono clienti provenienti dai territori limitrofi.
E poi c'è, soprattutto, da domandarsi se ne vale la pena. Il riferimento al dato fiscale nella ripartizione della compartecipazione Iva va infatti valutato alla luce del fatto che questa compartecipazione concorre a determinare per ogni regione la sua capacità fiscale che, integrata con i trasferimenti perequativi, dovrebbe assicurare il pieno finanziamento dei fabbisogni standard. Insomma, così come è scritto il decreto, la ripartizione della compartecipazione sulla base della vera Iva non determina poi le effettive risorse a disposizione di ciascuna regione.
FONTE: IL SOLE 24 ORE

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