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NOVITÀ NORMATIVE

VALUTAZIONE PERSONALE NEGLI ENTI LOCALI : NESSUNA PROROGA.

Nessun rinvio sulla valutazione nella p.a. L' intesa del 4 febbraio (sottoscritta tra governo e sindacati per sterilizzare il possibile impatto negativo delle fasce di merito sulle retribuzioni degli statali, congelate fino al 2013 ndr) non manda in soffitta la necessità di attuare le norme sul ranking dei di dipendenti».
Antonio Naddeo, capo dipartimento della funzione pubblica, intervenendo al convegno organizzato a Roma dall'Anci per fare il punto sullo stato di attuazione della legge Brunetta (dlgs 150/2009) negli enti locali, è tornato a difendere l'accordo di febbraio da quanti vi hanno voluto leggere una resa del ministro sull'applicazione della riforma. E ha ribadito che l'art.19 del decreto, congelato nei suoi effetti retributivi («ma non necessariamente fino al 2013 perché è sempre possibile che ulteriori risorse vengano trovate»), continua a essere vigente in materia di valutazione.
La norma, che istituisce tre fasce di merito in cui collocare rispettivamente il 25, il 50 e il 25% dei dipendenti (salva la possibilità per la contrattazione di secondo livello di ritoccare in su o in giù tali soglie) non si applica agli enti locali, ma solo alle amministrazioni dello stato. Tuttavia, ha sottolineato Naddeo, « i comuni non possono sottrarsi alla valutazione per fasce». Che sarà pure poco equa, ma è l'unica possibile. «Disegnare un sistema di ranking attraverso una curva di Gauss, come fa l'art.19, è sbagliato», ha ammesso Naddeo, «ma altrettanto sbagliata è stata fino ad oggi la valutazione nella p.a.».
Adeguare i regolamenti al ciclo delle performance sarà dunque la sfida dei comuni per il 2011. Gli enti non si tirano indietro, ma reclamano, giustamente, quella autonomia, riconosciuta peraltro dalla stessa legge Brunetta, senza la quale, come ha fatto notare Graziano Delrio, sindaco di Reggio Emilia e delegato Anci per le politiche del personale, «la riforma sarebbe difficilmente realizzabile». Le ipotesi in campo sono due. Una, per così dire minimale e l'altra più ambiziosa.
Della prima si è fatto interprete Cesare Vaciago, direttore generale del comune di Torino e coordinatore della Commissione nazionale Anci per la riforma, secondo cui «gli enti che hanno fatto il Peg e sono in regola con le disposizioni del Tuel in materia di controllo di gestione, sono sostanzialmente a posto». Un messaggio rassicurante per gli enti che però, secondo Liborio Iudicello, segretario generale e direttore generale del comune di Roma, non tiene conto della realtà estremamente variegata dei comuni italiani. «Una cosa è il Peg di Roma, Torino, Milano, un'altra quello di un municipio di 15 mila abitanti», ha osservato». Il problema dell'applicabilità della riforma ai piccoli comuni resta cruciale».
Iudicello non ha poi risparmiato critiche al governo per i tagli disposti con la manovra correttiva 2010 (dl 78) che rendono «quasi impossibile l'attuazione della valutazione». Poi è arrivata l'intesa del 4 febbraio che ha relegato in un cantuccio la premialità, applicabile solo in caso di risparmi di gestione (il cosiddetto «dividendo di efficienza», che non riguarda però agli enti locali). Insomma una legislazione, a tratti schizofrenica, che rischia di vanificare gli sforzi dell'Anci nell'attuare una riforma in cui ormai «credono solo i comuni».
«Riteniamo che l'esperienza portata avanti fino a oggi», ha affermato il vicesegretario generale dell'Anci, Veronica Nicotra, «debba continuare, al di là della realizzazione o meno della riforma Brunetta. I comuni hanno dimostrato di poter essere apripista nei processi di innovazione degli assetti organizzativi del personale, anche attraverso un dialogo costante con governo, parlamento, lavoratori e organizzazioni sindacali».
Che l'attuazione della premialità e del merito debba rappresentare qualcosa di più della mera compilazione di un documento, è convinto anche Mauro Bonaretti, direttore generale del comune di Reggio Emilia. «Va bene partire dal Peg», ha osservato, «ma se ci limitiamo a fare un copia e incolla sprechiamo un'occasione di cambiamento innanzitutto culturale».
Sulla stessa lunghezza d'onda Secondo Amalfitano, presidente di FormezItalia. «Il senso della riforma è proprio questo: accantonare il concetto classico di dipendente pubblico, a favore di quello anglosassone di civil servant. E soprattutto recuperare il concetto di meritocrazia». Amalfitano ha annunciato l'avvio da parte di FormezItalia della collocazione sul mercato del 24% delle azioni. «Abbiamo aperto alla partecipazione dei comuni, delle province e delle regioni per dare vita ad una cabina di regia che coinvolga tutti gli enti. In questo modo le vere esigenze dei territori potranno essere realmente rappresentate».
Il progetto di azionariato «popolare» di FormezItalia prevede che ogni regione possa sottoscrivere una quota di 10 mila euro. La quota per le città capoluogo e per le città metropolitane sarà di 4 mila euro, i comuni sopra 50 i mila abitanti e le province pagheranno duemila euro, mentre i piccoli comuni interessati dovranno versare mille euro. La scadenza per l'acquisto delle quote dovrebbe essere fissata al 31 dicembre 2011.
FONTE: ITALIA OGGI

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