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NOVITÀ NORMATIVE

PER LA MOBILITA' NON SERVE IL NULLAOSTA.

Ogni testo normativo nella sua applicazione si confronta con il diritto vivente: il caso concreto sfugge allo schema astratto e deve misurarsi con interpretazioni opposte, fintanto che (e se) intervenga quella autentica del legislatore. È anche il caso del novellato art. 30, del dlgs 165/2001, post riforma Brunetta, in base al quale i passaggi diretti di personale avvengono mediante cessione del contratto senza nullaosta dell'amministrazione cedente, secondo una disciplina speciale prevalente sullo schema trilatero della cessione.
Ma qualcuno sostiene il contrario, smentito dall'articolo 12 delle preleggi secondo cui nell'applicare la legge bisogna attribuirle il senso fatto palese dal significato proprio delle parole. L'art. 30 dispone che «le amministrazioni possono ricoprire posti vacanti mediante cessione del contratto di lavoro di dipendenti in servizio presso altre amministrazioni, che facciano domanda di trasferimento.
Le amministrazioni devono rendere pubbliche le disponibilità dei posti in organico Il trasferimento è disposto previo parere favorevole dei dirigenti responsabili dei servizi e degli uffici cui il personale è o sarà assegnato». Dunque non serve il parere dei dirigenti responsabili dei servizi e degli uffici cedenti, perché le parole «cui il personale è assegnato», si riferiscono ovviamente al dipendente già in servizio, in comando o fuori ruolo nell'amministrazione accettante.
Prima della riforma la norma per la cessione del contratto richiedeva esplicitamente il nullaosta della p.a. cedente che ora è stato espunto. La novella vuole superare la rigidità applicativa dell'istituto nel settore ed è stata salutata con favore dai dipendenti interessati a transitare ad altri enti. Se il futuro è una maggiore flessibilità non si può percorrere la strada più impervia Il nuovo corso si rileva anche leggendo l'art. 23, comma 2, dlgs 165/2001, in tema di mobilità dei dirigenti (il cui Ccnl non impone il nullaosta) che per le modalità rinvia proprio all'art. 30, senza altra specificazione: perché quest'ultimo dovrebbe applicarsi diversamente ai dipendenti?
Eppure, il favor verso la mobilità, «indigesto» in ambito pubblico, non è una novità in altri comparti: il legislatore evidentemente intende omogeneizzare la mobilità a livello nazionale, riproducendo norme sviluppatesi nel contesto della contrattazione collettiva, per renderne operativo il diritto. Si pensi al Ccnl integrativo del personale della sanità, sulla mobilità volontaria tra aziende ed enti del comparto o verso altre amministrazioni di comparti diversi che, sostituendo la disciplina degli artt. 12-15 del dpr 384/90 (Ccnl Sanità) e semplificando l'istituto dell'art. 30, dlgs 165/2001, richiede il nullaosta solo all'ente ricevente: il dipendente per trasferirsi non deve recedere dal rapporto di lavoro, ma limitarsi ad un preavviso trasferendosi alla sua scadenza.
I dati dai quali si evince la voluntas legis nella riformulazione dell'art. 30 rimandano, dunque, ad una modalità di azione più snella. Diversamente se ne sovvertirebbe lo spirito. Se la p.a. non ha l'obbligo di conformarsi alla interpretazione dottrinale e giurisprudenziale, ma di applicare la legge dandone, in base ai prescritti canoni, una interpretazione conforme alla sua effettiva portata normativa, svalutare la portata innovativa della riforma significherebbe adottare un «canone inverso» rispetto a questo prezioso compito.
Si auspica un autorevole arresto giurisprudenziale in materia, non ancora giunto, affinché un'errata attuazione del dlgs 150/2009 non ne vanifichi gli intenti.
FONTE: ITALIA OGGI

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